- Cosi il nostro sistema immunitario perde di vista le cellule maligne

ScienceDaily (20 Feb 2012) – I tumori ovarici aggressivi cominciano con le cellule maligne tenute sotto controllo dal sistema immunitario fino a quando, improvvisamente e imprevedibilmente, evolvono in cancro metastatico. Nuove scoperte degli scienziati del Wistar Institute dimostrano che i tumori ovarici non necessariamente si liberano dal sistema immunitario,piuttosto  le cellule dendritiche del sistema immunitario sembrano sostenere attivamente la fuga del tumore. I ricercatori indicano che potrebbe essere possibile ripristinare il sistema immunitario prendendo di  mira le cellule dendritiche del paziente stesso.

“Il nostro modello mostra che il cancro è tenuto sotto controllo per periodi relativamente lunghi, ma una volta che diventano visibili, i tumori crescono in modo esponenziale”, ha riferito José R. Conejo-Garcia, MD, Ph.D., professore associato presso la Wistar e leader del microambiente tumorale e del Programma delle Metastasi Cancer Center di Wistar. “Inoltre, abbiamo dimostrato che mediante deplezione di queste cellule dendritiche del sistema immunitario, siamo in grado di invertire l’effetto, ancora una volta, permettendo al nostro sistema immunitario di riconoscere i tumori ovarici.”

Le loro scoperte, presentate nel numero di marzo del Journal of Experimental Medicine, disponibile online oggi, rappresentano il primo tentativo riuscito di modellare il microambiente tumorale del cancro ovarico umano in un modello murino della malattia. In sostanza, il modello riproduce l’ambiente infiammatorio che i tumori ovarici producono negli esseri umani. Il modello accurato fornisce uno strumento migliore per i ricercatori per comprendere, prevenire e curare i tumori.

In realtà, Conejo-Garcia ei suoi colleghi hanno già sviluppato una strategia per riprogrammare le cellule dendritiche traditrici. In una successiva edizione della rivista Cancer Research, disponibile online ora, i ricercatori dimostrano come sintesi di molecole di RNA possono essere utilizzate per riconquistare la “ fedeltà” delle cellule dendritiche e ripristinare la loro capacità di stimolare la soppressione del tumore.

Il finanziamento per questa ricerca è stato fornito attraverso sovvenzioni dal National Cancer Institute e del Dipartimento della Difesa.

L’autore principale dello studio è Uciane K. Scarlett, Ph.D., uno scienziato del personale in Conejo-Garcia laboratorio. Wistar co-autori anche Melanie R. Rutkowski, Ph.D. e Ximena Escovar-Fadul. Co-autori di Darmouth Medical School includono Adam M. Rauwerdink, Ph.D., Jennifer Fields, Jason Baird, Juan R. Cubillos-Ruiz, Ph.D. (Attualmente presso la Harvard University), Ana C. Jacobs, Jorge L. Gonzalez, MD, John Weaver, Ph.D., e Steven Fiering, Ph.D.

admin | 04.25.12 | Senza categoria, , , , | No Comments |

- Il Blog: un commento ai commenti

Grazie alla disponibilita’ di due o tre persone che hanno vissuto sulla loro pelle la malattia e stanno raccontando la loro esperienza, il blog sta lentamente prendendo forma. Quello che infatti speravo era ottenere una “enciclopedia” vivente di esperienze, di consigli, di nomi e perche’ no? di critiche alle cure, alle strutture o a chi spesso ha grande competenza in materia ma poca umanita’, poca attenzione e ci dedica solo minuti patetici.

Quando ci si trova di fronte ad un tumore ovarico di solito succede all’improvviso ed e’ necessario avere tutte le informazioni, i pareri, i consigli per poter decidere. Come dice Augusta nel blog, e’ un  po’ un terno al lotto e’ vero. Ma partire gia’ conoscendo qualche numero giusto fa la differenza. Spesso fra vita e  sofferenza.

Grazie di cuore!

admin | 04.25.12 | Senza categoria | 1 Comment |

- Un messaggio importante per chi ha appena scoperto di avere un CO!!

Vi consiglio di guardare questo brevissimo messaggio del Dott. Maggioni (IEO) in cui si raccomanda vivamente di scegliere un centro di alta specializzazione per la chirurgia del tumore ovarico. E’ FONDAMENTALE!

http://www.ieo.it/Italiano/ieo_il_nostro%20_istituto/Pages/VideoGallery.aspx?vd=20111220_BK_Maggioni

admin | 04.18.12 | Senza categoria, , , , | 23 Comments |

- nuovo farmaco: VINTAFOLIDE

WHITEHOUSE STATION (N.J.) e WEST LAFAYETTE (Ind.)–(BUSINESS WIRE)–Merck, conosciuta come MSD al di fuori di Stati Uniti e Canada (NYSE: MRK), ed Endocyte Inc. (NASDAQ: ECYT) hanno oggi annunciato l’accordo per lo sviluppo e la commercializzazione di vintafolide (EC145), il nuovo candidato terapeutico sperimentale prodotto da Endocyte. Vintafolide viene attualmente valutato nel corso di uno studio clinico di fase III (PROCEED) sul carcinoma ovarico platino resistente e di uno studio clinico di fase II sul carcinoma ai polmoni non a piccole cellule (NSCLC); in entrambi gli studi viene utilizzato etarfolatide (EC20), un agente diagnostico sperimentale di Endocyte.

“Questo accordo sottolinea la nostra strategia per la realizzazione di un portafoglio di terapie oncologiche basate sulla medicina personalizzata”

“Vintafolide è un promettente e innovativo candidato antitumorale di fase avanzata. Oltre a valutare il principale indicatore del carcinoma ovarico platino resistente, Merck progetta di valutarne ulteriormente il potenziale per il trattamento di diversi altri tipi di tumori”, ha commentato Peter S. Kim, vicepresidente esecutivo e presidente di Merck Research Laboratories. “Questo accordo sottolinea la nostra strategia per la realizzazione di un portafoglio di terapie oncologiche basate sulla medicina personalizzata, o “companion diagnostic” per semplificare la selezione dei pazienti che più facilmente risponderanno al trattamento”.

Endocyte ha completato tre studi clinici a braccio singolo su vintafolide in pazienti affette da carcinoma ovarico platino resistente in fase avanzata, in pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule e con tumori solidi. In uno studio clinico randomizzato di fase II (PRECEDENT) che ha messo a confronto vintafolide in combinazione con doxorubicina liposomiale pegilata rispetto alla sola doxorubicina liposomiale pegilata nelle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente, vintafolide ha dimostrato un ritardo statisticamente significativo nella progressione della malattia o nella morte della popolazione globale. I miglioramenti più significativi sono stati osservati nei pazienti con tutti i tumori con imaging positivo con espressione del recettore per acido folico con la somministrazione di etarfolatide. Vintafolide in combinazione ha mostrato una limitata tossicità addizionale rispetto alla terapia standard con sola doxorubicina liposomiale pegilata. Gli eventi avversi più comuni osservati con questa combinazione sono stati neutropenia, affaticamento, afta nonché arrossamento, gonfiore e dolore alle estremità.

Nel mese di marzo 2012, Endocyte ha annunciato di aver ricevuto dall’Unione Europea lo stato di farmaco orfano per il vintafolide e di aver pianificato la presentazione di una richiesta di autorizzazione alla commercializzazione del preparato per il terzo trimestre del 2012.

Il perfezionamento della transazione dipende dall’approvazione, in base alla legge antitrust statunitense Hart-Scott-Rodino, da parte della Federal Trade Commission.

Videoconferenza

Endocyte ha organizzato una teleconferenza e una trasmissione web che si terrà alle ore 8:30 ET di oggi per illustrare l’accordo. Per ascoltare la videoconferenza comporre il numero 877-845-0711 oppure 760-298-5081. Una replica dell’evento sarà disponibile a partire dalle ore 11:30 ET di oggi. Per accedere alla replica comporre il numero 855-859-2056 oppure 404-537-3406 utilizzando l’ID 72307636. Per assistere alla trasmissione web accedere al sito di Endocyte all’indirizzo www.endocyte.com.

Informazioni su vintafolide (EC145) (continua…)

admin | 04.17.12 | Senza categoria, , , , | No Comments |

- il Programma completo del Convegno Acto Onlus del 18 maggio

In allegato trovate il programma completo del secondo incontro fra pazienti, ricercatori e clinici sul tumore ovarico

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admin | 04.17.12 | Senza categoria, | 2 Comments |

- le nanotecnologie: una speranza vicina

S pesso le grandi idee nascono da intelligenti distrazioni. Come quella che, nel XVII secolo, indusse l’ astronomo tedesco Johannes Kepler a distogliere gli occhi dalle stelle per osservare un minuscolo fiocco di neve. Lo scienziato si limitò ad annotare un dettaglio semplice ma essenziale: la sua armonia era dovuta alla disposizione di elementi minuscoli e uniformi, schierati secondo un ordine perfetto. Si cominciava a «pensare in piccolo», punto di partenza delle ricerche sulle nanotecnologie. Certo, Democrito e gli atomisti avevano ipotizzato l’ atomo secoli prima ma la base scientifica nasceva con la costante osservazione della natura. «Osservazione che continua ancora oggi – dice il professor Marcello Cacace, dell’ Istituto di Materiali Nanostrutturati del CNR di Siena – e non smettiamo mai di meravigliarci». Per la grazia con cui il mondo lillipuziano attraversa la scala delle grandezze: parliamo di elementi di dimensioni inferiori ai cento nanometri, miliardesimi di metro. Ed è su questa architettura in piccola scala che la ricerca scientifica ha deciso di puntare. La Commissione europea è in prima linea: ogni anno ci investe dai 500 ai 600 milioni di euro. Con un piano di comunicazione, NanoChannels. «Una iniziativa – spiega Cristina Gabellieri, project Officer di NanoChannels – nell’ ambito della strategia di comunicazione sulle Nanotecnologie della Commissione europea volto a promuovere informazione e dialogo sui benefici e l’ uso responsabile di queste discipline, utilizzando vari mezzi di comunicazione: scuole, conferenze, radio e stampa». Ma perché in tanti ci scommettono? «Perché è una nuova rivoluzione culturale – afferma Cacace – un radicale spostamento del punto di vista. È al tempo stesso un’ analisi profonda della materia, isolando le sue componenti minime e un suo ridimensionamento.

Vari i settori, dalla medicina alla difesa dell’ ambiente, all’ elettronica». Tecnicamente consiste nel manipolare atomi, molecole e agglomerati per costruire elementi infinitamente minuti. Ma è molto di più, è uno sguardo diverso sul mondo, un approccio che presuppone un atto di coraggio: saper pensare in piccolo. Se alcuni prodotti nano tecnologici sono ormai di uso comune (creme antirughe con molecole piccolissime, dentifrici ai nanocristalli, nanoparticelle d’ argento nelle calze), oggi i progetti promossi dalla Commissione europea vanno oltre: si fanno nanocontenitori per veicolare i medicinali, si ricostruiscono i tessuti partendo dalla trama del legno, si creano elementi per una diagnostica accurata, nonché microchip sempre più piccoli. Ma è stato frutto di un percorso lento e difficile. Medicina La medicina è tra le applicazioni principali. «Specie la diagnostica – sottolinea Cacace – fa progressi». Micro strumenti per controllare da vicino l’ effetto della terapia (soprattutto nel trattamento sui tumori), vettori piccolissimi che rilasciano farmaci, insomma l’ utilizzo dell’ infinitamente piccolo per agire con precisione sui punti interessati. Prendiamo Teresa Pellegrino, dell’ Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (nonché dell’ Istituto di Nanoscienze del CNR di Lecce), a capo del progetto Magnifyco: realizza nanocontenitori magnetici per il «trasporto» di farmaci antitumorali. «Combiniamo l’ effetto dell’ ipertermia con rilascio controllato del medicinale – spiega Pellegrino – e siamo in grado di monitorare la risposta al trattamento con maggiore precisione. Lavoriamo in particolare sulle cellule del tumore ovarico». (continua…)

admin | 04.03.12 | Senza categoria, , , , | No Comments |

- Un nuovo farmaco che riduce le dimensioni del tumore

Per il momento l’hanno sperimentato, con risultati sorprendenti, sui topi, ma se dovesse funzionare altrettanto bene anche nei test clinici sugli umani, sarebbe davvero un passo avanti rivoluzionario nelle terapie contro il cancro. In sintesi: alla Stanford University School of medicine di Palo Alto (California) i ricercatori guidati da Irving Weissman (che da anni lavora su questo filone di indagine) hanno dimostrato che un unico farmaco, un anticorpo chiamato anti CD47, è in grado di ridurre le dimensioni del tumore in vari organi del corpo: seno, ovaio, colon, alla vescica, al cervello, al fegato e alla prostrata.

Una molecola efficace

Per capire perché la nuova molecola è così efficace, occorre fare un passo indietro: una decina di anni fa, gli stessi ricercatori scoprirono che le cellule leucemiche producevano grandi quantità di una proteina, la CD47 appunto, che funziona come un avviso al sistema immunitario: “Non mi mangiare”, è il suo messaggio. Proteina che anche le cellule sane esibiscono, in modo da essere riconosciute come “cellule amiche” dalle difese immunitarie e non essere aggredite. Il cancro, nemico particolarmente astuto (dal punto di vista biologico), usa la stessa strategia per circolare indisturbato e sfuggire all’attacco dei macrofagi, soldati del sistema immunitario.

“Ora abbiamo scoperto che la proteina CD47 è importante non solo nei tumori del sangue, leucemia e linfomi, ma anche di molti altri tumori” ha spiegato Weissman (lo studio è pubblicato sui Pnas). “È presente in ogni tumore primario che abbiamo testato in laboratorio”.
Ecco cosa hanno fatto, nei dettagli, i ricercatori della sua équipe: prima hanno esposto (in vitro) cellule tumorali ai macrofagi, guardiani delle difese immunitarie; questi ultimi hanno ignorato le cellule maligne. Allorché gli scienziati hanno aggiunto la molecola anti CD47, però, i macrofagi hanno attaccato e distrutto le cellule tumorali.

I risultati sui topi

Poi sono passati ai topi, ai quali hanno indotto tumori umani. In questo caso, i risultati sono stati notevoli: in 10 topi su 10 non trattati, il cancro alla vescica si è diffuso ai linfonodi; in 9 su 10 curati con il farmaco anti CD47, invece, il tumore si è ridotto. E così anche negli altri casi: il cancro al colon è diventato molto più piccolo (un terzo rispetto a prima), e in 5 topi con tumore alla mammella, l’anticorpo anti CD47 ha eliminato ogni traccia di neoplasia anche a distanza di parecchie settimane dalla cura.

“Anche dopo che il tumore ha preso possesso dell’organo, questa molecola può ridurlo, rallentarne la crescita e prevenire metastasi” conclude Weissman, avvertendo però che “sono risultati preliminari. Lo studio è promettente, ma servono altre ricerche”. Ed esperimenti sugli esseri umani, dove il tumore è sempre una faccenda più complicata che nei topi.

di Daniela Mattalia

PS: per contattare il Dott. Weissman Email irv@stanford.edu Tel (650) 723-6520

Irving Weissman

admin | 04.02.12 | Senza categoria, , , , | No Comments |

- Nessun nesso fra caffe’ e tumore ovarico epiteliale!!

Il più grande studio prospettico che fino ad oggi ha indagato sul rapporto tra consumo di caffè e tè e rischio di cancro ovarico, in 330,849 donne europee seguite per quasi 12 anni, non trova alcun legame tra il consumo di caffè e tè e rischio di carcinoma ovarico epiteliale (EOC), e questi risultati sono stati sostenuti con quelli di una versione aggiornata della meta-analisi degli stessi autori. L’opera faceva parte della European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition Study (EPIC).

Nello studio EPIC, le donne hanno completato specifici questionari di frequenza alimentare, e registrato, tra le altre cose, il numero di tazze di caffè e tè che consumavano al giorno, settimana o mese. Gli autori hanno calcolato la quantità totale di tè e caffè bevuto al giorno (ml/giorno).
I ricercatori hanno scoperto che il consumo di caffè – normale o decaffeinato – non è stato associato al rischio di EOC, quando hanno confrontato il rischio di cancro nelle donne con il più elevato consumo di caffè rispetto ai non bevitori di caffè. Allo stesso modo, il consumo di tè non era legato al rischio EOC.

Inoltre, gli autori hanno condotto una meta-analisi di tutti i rapporti futuri fino al 2011, pubblicati dopo la precedente meta-analisi nel 2007 e i dati EPIC. Ancora una volta, non vi era alcuna associazione significativa tra il consumo di caffè o tè e rischio di EOC. Un incremento di una tazza di caffè o tè al giorno non è stata associata ad un aumentato rischio di EOC.

Gli autori concludono: “Sia i risultati del nostro studio che quelli della meta-analisi implicano che non vi è alcuna evidenza di associazione tra il consumo di caffè e il rischio di cancro ovarico. Questo è coerente con la conclusione del World Cancer Research Fund nel 2007″.

admin | 04.02.12 | Senza categoria, , , , | 1 Comment |

- Le staminali vinceranno il tumore ovarico

Alcune recenti ricerche evidenziano il ruolo dell’ attivazione del sistema immunitario nell’ eccezionali capacità delle staminali cordonali di bloccare la crescita di numerose neoplasie. Nel 2008 il Professor Qi-Ling Li individua l’ importanza, per tali meccanismi terapeutici, di piccole vescicole membranose, secrete nello spazio extracellulare per esocitosi dai tumori maligni: gli esosomeri.

Viene individuata la presenza nelle loro pareti di proteine specifiche, potenzialmente coinvolte nel trasporto di antigeni neoplastici, nella loro presentazione ai linfociti T e nell’ indirizzare le cellule verso un bersaglio prestabilito. In questo complesso processo le cellule dendritiche mature, originate dalle staminali ematopoietiche del cordone ombelicale, sembrano risultare i coadiuvanti naturali più efficaci.

Riescono a risolvere i problemi che si evidenziavano in questa tecnica antitumorale nella presentazione crociata dell’ antigene in associazione con il Major Histocompatibility Complex (MHC), nonché nel suo assorbimento ed elaborazione da parte delle cellule dendritiche non ottenute dal cordone ombelicale .

Le staminali cordonali sarebbero in grado di formarne in gran numero e con caratteristiche estremamente adatte per la terapia del cancro, come nel caso del carcinoma ovarico. Infatti dagli esosomeri, secreti in questo tumore, ricevono antigeni specifici, che permettono alle cellule dendritiche, derivate dalle staminali del cordone ombelicale, d’ innescare i linfociti T quiescenti in modo molto efficiente, inducendo una forte citotossicità contro questa neoplasia.

Nella loro sperimentazione gli scienziati della Fourth Military Medical University fanno differenziare le staminali del cordone ombelicale ematopoietiche CD34+ in cellule dendritiche, ponendole in coltura con Granulocyte Macrophage Colony Stimulating Factor GM-CSF, il Fattore di Necrosi Tumorale TNF-α e l’ interleuchina IL-4.

Ad esse vengono aggiunte esosomeri, prelevati da campioni di ascite di pazienti, affetti da carcinoma ovarico. Quindi sono mescolate con linfociti T quiescenti. I risultati più evidenti della sperimentazione risiedono nella forte attivazione, moltiplicazione e citotossicità antitumorale dei linfociti T da parte delle cellule dendritiche, innescate dagli esosomeri.

Questo effetto positivo si realizza solo utilizzando contemporaneamente staminali del cordone ombelicale, esosomeri e linfociti T, raggiungendo un tasso di citotossicità estremamente elevato, del 53,9%. Già nel 2003 il Dottor Gansuvd dimostra che le cellule dendritiche, originate dalle staminali del cordone ombelicale, erano in grado di produrre una più elevata quantità di HLA-DR: recettori della superficie cellulare del Major Histocompatibility Complex di classe II. La loro funzione principale consiste nel presentare gli antigeni peptidici al sistema immunitario, con lo scopo di attivare o d’ inibire i linfociti T Helper, conducendo eventualmente alla produzione di anticorpi contro gli antigeni stessi.

Leggi l’articolo completo:

Le staminali del cordone ombelicale potranno vincere il carcinoma ovarico, attivando il sistema immunitario grazie agli esosomeri.

admin | 04.02.12 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- HIPEC, arrivano i primi risultati

Sono arrivati i primi, promettenti risultati dello studio CHORINE (Cytoreduction and Hipec in the treatment of Ovariancancer), il primo studio multicentrico di fase 3 prospettico, randomizzato controllato, volto a verificare l’efficacia della tecnica HIPEC (Hyperthermic Intraoperative Peritoneal Chemiotherapy) nella cura del tumore ovarico avanzato, che vede capofila la Chirurgia I diretta da Luca Ansaloni e la Ginecologia degli Ospedali Riuniti diretta da Luigi Frigerio.

L’Hipec prevede la rimozione chirurgica del tumore e l’applicazione, direttamente in sala operatoria, di una speciale chemioterapia iperconcentrata che “lava” ad elevate temperature la zona addominale per raggiungere anche le cellule tumorali libere, impossibili da rimuovere chirurgicamente e responsabili delle frequenti e pericolose recidive.

Lo studio confronta, in casi con una risposta completa o almeno parziale a 3 cicli di chemioterapia a base platino, gli esiti della riduzione chirurgica seguita da Hipec con quelli della sola riduzione chirurgica. La particolarità della ricerca consiste proprio nel considerare solo pazienti risultate sensibili alla chemioterapia neoadiuvante, cioè ai cicli di cura precedenti l’intervento chirurgico che puntano a ridurre l’estensione della malattia. Fra dicembre 2009 e ottobre 2011 sono state sottoposte a chemioterapia neoadiuvante pre-operatoria, riduzione chirurgica e Hipec otto pazienti, con un’età compresa tra i 45 e i 65 anni. Non ci sono stati casi di mortalità postoperatoria e dopo la chemioterapia sistemica, a cui si sono sottoposte dopo l’intervento chirurgico sette delle otto pazienti, nessuna ha evidenziato sintomi negativi durante i controlli.

In Italia il cancro all’ovaio, con 5 mila nuovi casi ogni anno, è il sesto tumore più diffuso tra le donne e la prima causa di morte per tumore ginecologico. La malattia è di difficile diagnosi perché il carcinoma ovarico è latente e silenzioso e quando si manifesta spesso presenta già delle localizzazioni metastatiche. Per questo le ricadute sono frequenti, tanto che solo la minoranza delle donne sopravvive a 5 anni dalla diagnosi.

Le nuove tecniche, come la chemioterapia pre e intra operatoria, aumentano notevolmente l’efficacia delle cure e la sopravvivenza dei malati. Obiettivo dello studio Chorine è raccogliere dati e casistiche per dimostrare scientificamente l’efficacia e la sicurezza dei nuovi trattamenti.

Lo studio è stato in parte finanziato dall’Associazione Cancro Primo Aiuto, che nel 2011, grazie grazie all’iniziativa Santiago in Rosa, ha donato all’azienda ospedaliera di Bergamo 15 mila euro.

admin | 04.02.12 | Senza categoria, , , , , | 1 Comment |