- Dalla Russia la scoperta delle cellule staminali del CO

Gli scienziati dell’Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca (Mfti) sono riusciti a individuare il meccanismo fisiopatologico del cancro alle ovaie: in pratica, il processo tumorale inizia a svilupparsi a partire dalle cellule staminali dell’epitelio di quest’organo. I ricercatori sperano che la loro scoperta, effettuata grazie a sperimentazioni su cavie, permetterà di determinare una volta per tutte l’origine di questa forma tumorale negli esseri umani e di utilizzare queste informazioni per curarla.

Grigori Enikolopov, neurobiologo russo-americano e professore presso il famoso laboratorio di Cold Spring Harbor, negli Stati Uniti, uno degli autori della scoperta, ha rivelato i dettagli di questa ricerca nel corso di un’intervista a Gazeta.ru. È proprio Enikolopov ad aver creato il laboratorio presso l’Mfti.

Che cosa può dirci delle vostre ricerche?
Il risultato più importante delle nostre ricerche è la scoperta di una piccola serie di cellule staminali all’interno delle ovaie. Si tratta di cellule staminali tissulari specifiche. Si distinguono dalle cellule staminali embrionali che possono dare origine a ogni tipo di cellula dell’organismo per il fatto che di solito possono formare soltanto alcuni tipi di cellule necessarie a mantenere l’attività di questo o quell’organo o  tessuto. Quindi, in primo luogo abbiamo scoperto che le cellule di questo tipo servono a riparare i danni prodotti dal distacco dell’ovulo. L’ovulo infatti è una cellula alquanto grande e quando si stacca provoca nel tessuto ovarico una lesione che deve essere riparata. In secondo luogo, si è scoperto che le cellule di questo tipo sono particolarmente vulnerabili alla trasformazione maligna e generano tumori. Questi ultimi, trapiantati in un altro organismo (per i nostri esperimenti noi abbiamo usato cavie), generano a loro volta nuovi tumori. Gli scienziati da tempo sospettavano che le ovaie ospitassero un certo tipo di cellule che danno origine a tumori, e noi siamo riusciti a individuarle. (continua…)

admin | 03.28.13 | Senza categoria, , , , | No Comments |

2 farmaci insieme: irinotecan e bevacizumab

 trattamento con irinotecan e bevacizumab ha fornito un beneficio clinico a due terzi delle pazienti con un carcinoma ovarico ricorrente in un piccolo studio appena presentato al congresso della Society of Gynecologic Oncology a Los Angeles.

Infatti, sei delle 25 donne arruolate hanno mostrato risposte parziali e altre 11 una stabilizzazione della malattia, pari a un tasso di beneficio clinico netto del 68%. Inoltre, in più della metà delle pazienti che hanno beneficiato della terapia le risposte sono durate più di 6 mesi,
Confortanti anche i dati sulla sicurezza, dal momento che durante lo studio non si sono manifestate tossicità nuove o inaspettate a seguito del trattamento con i due farmaci.
Inoltre, la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana è stata di 6,8 mesi, paragonabile a quella ottenuta nel braccio chemioterapia-bevacizumab nello studio di fase III AURELIA, e in più le pazienti del nostro studio erano già state pesantemente pretrattate, anche con bevacizumab.
Come riportato all’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology, lo studio AURELIA ha mostrato un raddoppio della PFS mediana nelle pazienti con carcinoma ovarico platino-resistente sottoposte a una chemioterapia senza platino più bevacizumab rispetto a quelle trattate con la sola chemioterapia. I risultati sono stati considerati un traguardo fondamentale, data la limitata attività dell’attuale trattamento per il tumore ovarico ricorrente.
In quel trial, gli sperimentatori potevano scegliere tra paclitaxel, topotecan o doxorubicina liposomiale pegilata per la chemioterapia. Gli autori dello studio presentato ora a Los Angeles hanno voluto vedere se la lista delle opzioni per chemioterapia potesse essere ampliata includendo anche irinotecan.
Lo studio dovrebbe arrivare ad arruolare 35 pazienti. Huichung Ling, della New York University, ha presentato i risultati relativi alle prime 25, donne colpite da un tumore epiteliale ovarico che avevano avuto una recidiva entro 8 mesi dalla fine dell’ultima chemioterapia. Sette pazienti non erano state trattate con platino da almeno 6 mesi e le restanti 18 erano resistenti al platino.
Tutte sono state trattate con irinotecan e bevacizumab in contemporanea su cicli di 3 settimane. La dose iniziale di irinotecan è stata ridotta da 250 mg/m2 a 175 mg/m2 a causa di una tossicità non accettabile legata al trattamento manifestatasi nelle prime sei pazienti.
La maggior parte delle partecipanti (14) aveva già fatto cinque o più terapie e 10 pazienti erano già state trattate anche con bevacizumab. Nello studio sono state sottoposte mediamente a sei cicli di terapia e in 20 di esse si è potuta valutare per la risposta.
L’obiettivo primario del trial – ottenere una PFS a 6 mesi di almeno il 40% – è stato centrato, in quanto la PFS a 6 mesi è risultata del 54%, mentre la sopravvivenza globale mediana è stata pari a 15,9 mesi.
Prima della modifica del protocollo in modo da ridurre la dose del chemioterapico, quattro delle prime sei pazienti hanno avuto diarrea di grado 2 o superiore e due neutropenia di grado 2 o superiore. Dopo la riduzione del dosaggio, due pazienti delle successive 19 hanno sviluppato neutropenia di grado 3-4, quattro diarrea di grado 2 e tre diarrea di grado 3. Inoltre, in sette pazienti si sono avuti nausea e vomito, di grado 2 in tutti i casi tranne uno. Prima della modifica del protocollo si è avuta anche una perforazione gastrointestinale. Le principali tossicità dose-limitanti sono state la diarrea e la neutropenia.
H Ling et al. Combination of irinotecan and bevacizumab for heavily pretreated recurrent ovarian cancer: A phase II trial. SGO 2013; abstract 26.

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admin | 03.26.13 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- Sopravvivenza piu’ lunga con la chemio IP

La chemioterapia per il tumore ovarico in fase avanzata somministrata per via intraperitoneale (IP) continua a mostrare un vantaggio di sopravvivenza rispetto a quella per via endovenosa (IV) dopo più di 10 anni di follow-up. Lo dimostra un’analisi dei dati di due studi randomizzati condotti dal Gynecologic Oncology Group (GOG)– il GOG 172 e il GOG 114 – presentata in occasione del congresso annuale della Society for Gynecologic Oncology, a Los Angeles.
La sopravvivenza globale (OS) mediana ha mostrato un miglioramento di 11 mesi con la terapia IP rispetto a quella IV (62 mesi contro 51), mentre la sopravvivenza libera da progressione (PFS) mediana è stata rispettivamente di 25 mesi contro 20 mesi.
L’analisi ha mostrato, inoltre, che la sopravvivenza aumenta all’aumentare del numero dei cicli di terapia IP completati.
Sono passati più di 7 anni da quando il National Cancer Institute ha annunciato il suo avallo alla somministrazione IP come metodo preferito per il trattamento del carcinoma ovarico avanzato, a seguito di una revisione dei dati dello studio GOG 172 (pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2006) che aveva evidenziato un vantaggio significativo di sopravvivenza per le donne sottoposte alla chemioterapia IP piuttosto che IV.
Lo studio GOG 172 e due studi precedenti – GOG 104 e 114 – hanno mostrato tutti un miglioramento dei risultati con la chemioterapia IP e fornito il razionale per l’adozione di questa via di somministrazione nella pratica clinica.
Nonostante i vantaggi consistenti dimostrati dalla somministrazione IP, questa strategia non è stata accettata diffusamente nella pratica clinica e sono rimaste aperte domande sulla validità degli studi così come sulla sicurezza e tollerabilità della chemioterapia IP, sul regime chemioterapico ideale, sulla scomodità della somministrazione IP e sui suoi benefici a lungo termine.
Nel tentativo di rispondere ad alcune di queste domande e preoccupazioni, un gruppo di autori guidati da Dewansu Tewari, della University of California di Irvine, ha effettuato un’analisi combinata degli studi GOG 172 e GOG 114, i due trial di fase III più recenti pubblicati sulla chemioterapia IP. In particolare, Tewari e gli altri ricercatori hanno cercato di definire i benefici a lungo termine di questa via di somministrazione, di identificare i benefici nelle pazienti con malattia residua macroscopica, di capire se esiste un numero ottimale di cicli di terapia e di identificare i potenziali marker di beneficio a lungo termine. 
L’analisi ha coinvolto in totale 876 pazienti con un carcinoma ovarico epiteliale in stadio III o un carcinoma primario peritoneale, resecato in modo ottimale in modo da lasciare meno di 1 cm di malattia residua. La maggior parte dei tumori erano sierosi e il 64% della pazienti aveva una malattia macroscopica residua. In entrambi gli studi il braccio di controllo era trattato con paclitaxel e cisplatino per via IV.
Nello studio GOG114 il follow-up mediano è stato 13,8 anni, nel GOG 172 di 9,7 anni e in entrambi gli studi l’endpoint primario era rappresentato dalla PFS.
I risultati dei due trial hanno mostrato una differenza di 6 mesi nella PFS nel caso del GOG 114 e di 5,5 mesi nel GOG 172, entrambe significative, a favore della somministrazione IP. Nell’analisi combinata, la via IP si è associata a un vantaggio di 5 mesi della PFS, che si traduce in una riduzione del 16% del rischio di progressione (P = 0,03).
Inoltre, in entrambi gli studi, la somministrazione IP ha portato al prolungamento significativo dell’OS rispetto a quella IV: 11 mesi nel GOG 114 e 16 mesi nel GOG 172. Dopo oltre 10 anni di follow-up, l’analisi combinata ha continuato a mostrare un significativo vantaggio in termini di OS per la terapia IP – 62 mesi contro 51 – corrispondente a una riduzione del 17% del rischio di decesso (P = 0,048).
L’analisi dei sottogruppi ha poi mostrato che anche le pazienti con malattia microscopica o macroscopica residua hanno ottenuto un vantaggio significativo di sopravvivenza con la terapia IP.
I risultati hanno anche evidenziato l’importanza del numero di cicli di terapia completati ai fini della sopravvivenza. Nelle pazienti trattate per via IP, infatti, la sopravvivenza a 5 anni è passata dal 18% per le donne che hanno completato uno o due cicli di terapia al 33% per quelle che ne hanno completati tre o quattro al 59% in quelle che ne hanno completati cinque o sei. Nello studio GOG 172, però, solo il 42% delle donne assegnate alla somministrazione IP hanno completato i sei cicli previsti di trattamento.
L’analisi dei potenziali fattori prognostici di una maggiore sopravvivenza ha identificato la giovane età, un performance status migliore, l’istologia a cellule non chiare o mucinose, un basso grado istologico e la presenza di malattia residua microscopica anziché macroscopica.
Durante la discussione Joan Walker, della University of Oklahoma di Oklahoma City e ricercatrice principale dello studio GOG 172, ha sottolineato che i tre studi GOG 104, 114 e 172 hanno dato tutti lo stesso risultato e non può essere che sia solo paclitaxel IP ad avervi contribuito.
Alcuni studi in corso stanno valutando paclitaxel settimanale e a dosaggio intensificato più carboplatino per via IP e confrontando la chemioterapia IV rispetto a quella IP con bevacizumab; la Walker ha detto che senza dubbio tali studi aggiungeranno nuove informazioni alla discussione su quali siano i regimi ottimali per il trattamento del carcinoma ovarico avanzato.
D. Tewari, et al. Long-term survival advantage of intraperitoneal chemotherapy treatment in advanced ovarian cancer: An analysis of a Gynecologic Oncology Group ancillary data study. SGO 2013; Abstract 6.

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admin | 03.21.13 | Senza categoria, , , , | 1 Comment |

-Una scoperta non recente ma che approfondiremo!

Nonostante non sia recentissima, questa scoperta ci e’ sembrata di grande valore. Nei prossimi giorni proveremo a contattare il Dottor Ronald de Vit per avere aggiornamenti. Rotterdam non e’ lontana……

Un nuovo tipo di chemioterapia intensiva si sta dimostrando molto efficace nel tttamento delle donne con forme senza speranza di cancro ovarico.

Il trattamento pionieristico ha avuto successo nel 80% delle pazienti in cui la chemioterapia di prima linea aveva fallito, rispetto a tassi inferiori al 15% delle terapie correnti.
I risultati, pubblicati sul British Journal of Cancer nel 2002, fornirnno nuove speranze alle 7.000 donne con diagnosi di cancro ovarico ogni anno diagnosticate nel Regno Unito. Che hanno un tasso di sopravvivenza di appena il 29% dopo cinque anni.
Attualmente, le donne i cui tumori recidivano hanno opzioni molto limitate, con meno della metà di risposte al prosieguo della chemioterapia.
Lo studio olandese ha coinvolto 98 donne con cancro ovarico in la cui prima linea di chemioterapia inizialmente avuto successo, ma che poi erano ricadute.
I ricercatori hanno diviso le donne in tre gruppi a seconda della gravità del loro cancro e trattate con un regime intensivo di cisplatino e un altro farmaco chiamato etoposide.
I tassi di risposta dei due gruppi di donne che erano meno ammalate con il nuovo trattamento sono stati 92% e 91%.
Questo in confronto ad una risposta del 50% e dal 20% al 30% con terapie standard.
Tra il gruppo di donne che erano ammalate più gravi, il 46% ha risposto al trattamento, rispetto a meno del 15% per le terapie attuali.
Nel complesso, l’80% dei tumori delle donne si è ridotto e un mai visto prima 43% ha mostrato risposta completa, con tutti i segni dei loro tumori scomparsi.
Cisplatino e etoposide sono già utilizzati nei regimi chemioterapici per molti tumori, ma il nuovo trattamento ha utilizzato i farmaci molto più intensamente del solito.
Di solito, i medici danno alle loro pazienti alcune settimane per recuperare gli effetti tossici collaterali del cisplatino, ma nel nuovo studio il farmaco è stato dato su base settimanale, con farmaci molto forti a prevenire la nausea.
Autore dello studio il dottor Ronald de Wit, del Cancer Institute di Rotterdam, ha dichiarato: “Siamo molto soddisfatti per il successo dello studio. La nuova combinazione di farmaci è stata molto efficace nel mantenere le donne in vita più a lungo, dando una speranza concreta a coloro che altrimenti ne avrebbero avuta molto poca.
“Eravamo preoccupati che le donne sarebbero state troppo malate per affrontare il trattamento, ma in realtà, hanno sofferto relativamente pochi effetti collaterali. E, dal momento che questi farmaci sono facilmente reperibili, non c’è alcun motivo per cui le donne non dovrebbero iniziare a beneficiarne nel modo giusto già a breve. ”
Professor Gordon McVie, direttore generale di The Cancer Research Campaign, ha detto: “Mentre i regimi chemioterapici attuali sono efficaci per alcune donne con tumore ovarico, i tassi di guarigione dopo ricaduta tardiva e quelli di guarigione complessiva stanno migliorando molto lentamente Questi farmaci antichi in un nuovo regime sarà. un salvataggio utile. ”
Sir Paul Nurse, direttore generale del Fondo Imperial Cancer Research, ha dichiarato: “Siamo stati in attesa di buone notizie sul cancro alle ovaie per troppo tempo, cosicchè i risultati di questo studio sono estremamente incoraggianti.”

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admin | 03.08.13 | Senza categoria | No Comments |

Liminib

Un gruppo internazionale di ricercatori sta tentando di mettere a punto una nuova arma contro il cancro. Si tratta di una molecola con proprietà antitumorali che combatte in particolare la formazione delle metastasi.
In un articolo della rivista Cancer Research, il team, formato da ricercatori australiani, francesi e inglesi, spiega come questa nuova molecola si occupa non solo della moltiplicazione delle cellule, ma anche della loro mobilità. Questo significa che potrebbe prevenire la formazione delle metastasi, tumori che si sono formati da cellule originate dal tumore iniziale. Sfortunatamente i tumori resistenti limitano considerevolmente l’efficacia della chemioterapia e le metastasi sono la causa più frequente di morte tra i malati di cancro.
In questo recente studio, durato dieci anni, gli scienziati si erano proposti di scoprire e definire una nuova molecola anti-cancro e anti-metastasi. Hanno usato una piattaforma di screening robotica ad alta produzione di dati, che ha testato quasi 30.000 molecole prima di trovare la Liminib (o Pyr1), una molecola che ha mostrato l’attività cercata sulle cellule tumorali. La Liminib è un inibitore della LIM Kinase (LIMK), è il primo inibitore LIMK scoperto che mostra proprietà anti-cancro.
Sovra-espresso nei carcinomi invasivi (tumori epiteliali o ghiandolari maligni), il LIMK rappresenta un obiettivo terapeutico rilevante. Si sa che questa kinasi regola la dinamica dello scheletro interno della cellula, costituito da una rete di fibre, compresi filamenti di astina e microtubuli che permettono alle cellule di muoversi e moltiplicarsi, due proprietà usate attivamente dalle cellule cancerose.
La molecola Liminib blocca la mobilità delle cellule disorganizzando il citoscheletro di astina e porta una stabilizzazione della rete microtubulare, prevenendo così la moltiplicazione delle cellule. Il meccanismo è diverso da quello dei farmaci attualmente usati in chemioterapia, che hanno numerosi effetti collaterali negativi.
Gli esperimenti del team in vitro mostrano che la Liminib è tossica per diverse linee di cellule cancerose, comprese le linee di cellule resistenti alla chemioterapia.
La speranza adesso è che questi risultati promettenti portino allo sviluppo di cure alternative per i malati di cancro per i quali la chemioterapia non è più possibile.

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