- Un altro passo verso la terapia personalizzata

L’analisi di un gruppo specifico di microRNA – MiROvaR – permette di quantificare il rischio che pazienti con carcinoma dell’ovaio vadano incontro a ricaduta dopo il trattamento con terapia standard.

Per le donne con tumore all’ovaio la terapia standard si basa su intervento chirurgico associato a chemioterapia. In genere le pazienti rispondono abbastanza bene, ma purtroppo alcune di loro vanno incontro a ricaduta anche poco tempo dopo. Finora gli unici fattori a disposizione per valutare il rischio di questa ricaduta erano lo stadio della malattia e la presenza di residui tumorali dopo l’intervento. Ora, però, c’è uno strumento in più - una firma molecolare basata su un gruppo di piccoli RNA - e la speranza è che tale firma possa anche aiutare a ottimizzare la scelta della terapia.

A mettere a punto questo nuovo strumento molecolare sono stati tre gruppi di ricerca italiani coordinati da Delia Mezzanzanica, dell’Istituto Tumori di Milano. Il lavoro, reso possibile grazie al contributo di AIRC, è stato pubblicato sulla rivista Lancet Oncology.

I ricercatori si sono concentrati sui microRNA, piccole molecole di RNA che hanno la funzione di regolare altri geni, come fossero direttori d’orchestra che stabiliscono chi deve suonare e chi no. “Abbiamo raccolto un gruppo di pazienti con una storia clinica nota e di ciascuno abbiamo fatto un profilo di espressione dei microRNA presenti nelle cellule tumorali” spiega Mezzanzanica. “Grazie a un algoritmo matematico abbiamo identificato un gruppo specifico di 35 molecole la cui espressione si associa in modo molto preciso con il tipo di prognosi“. In altre parole, a seconda che i microRNA di questo gruppo – collettivamente chiamati MiROvaR – siano attivi o inattivi, si riesce a prevedere se la prognosi sarà buona oppure no.

Finora lo studio ha analizzato le cellule di quasi 900 pazienti con carcinoma ovarico. Prima di verificare i risultati in clinica, però, bisognerà mettere a punto un test semplice da utilizzare anche al di fuori di un laboratorio di ricerca e la cui efficacia andrà confermata in un nuovo gruppo di pazienti. La speranza, poi, è che questo test possa anche indirizzare meglio le pazienti a terapie sempre più efficaci. “Per esempio – chiarisce la studiosa – nel tempo potrebbe aiutarci a selezionare le donne che possono beneficiare dell’aggiunta del farmaco anti-angiogenetico bevacizumab alla terapia standard. Questo farmaco, che ha importanti effetti collaterali, sembra avere maggior efficacia nelle pazienti con malattia più aggressiva e quindi a maggior rischio di ricaduta”.

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admin | 09.23.16 | Senza categoria |

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