- NOTIZIE DALLA RICERCA IN GENERALE

16/08/2016

NANOFARMACO PER TUMORE AL SENO METASTATICO

Messo a punto un farmaco composto da nanoparticelle in grado di penetrare direttamente nelle metastasi causate dal cancro al seno in organi come polmoni e fegato, distruggendole. Il nuovo nanofarmaco è stato sperimentato al momento su topi, con risultati definiti ‘’sbalorditivi”, tanto che si punta ad avviare i test sull’uomo il prossimo anno. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Biotechnology, è frutto del lavoro di un team di ricercatori dello Houston Methodist Research Institute, guidati da Mauro Ferrari, uno dei maggiori esperti di nanotecnologie in medicina a livello mondiale. Il nuovo nanofarmaco (iNPG-pDox), spiega Ferrari all’ANSA, ‘’si dimostra capace di curare completamente le metastasi polmonari ed al fegato in modelli animali, ovvero in topi con tumore al seno. Circa il 50% delle cavie raggiunge infatti la completa guarigione, con un equivalente umano di oltre vent’anni di vita senza evidenza di tumore residuo”. Un risultato ”importantissimo – sottolinea Ferrari, presidente del Methodist Institute e primo autore dello studio – alla luce del fatto che non ci sono terapie attualmente disponibili per i tumori metastatici, di origine mammaria o di qualsiasi altra origine”.

L’obiettivo è dunque iniziare i test sull’uomo nel 2017: ”Non farei mai promesse eccessive alle migliaia di malati di cancro, ma i risultati sono sbalorditivi – rileva l’esperto -. Stiamo parlando infatti della possibilità di arrivare alla cura dei tumori metastatici”. La mortalità per cancro è spesso dovuta a metastasi difficilmente aggredibili dai farmaci: la nuova tecnologia messa a punto, spiega Ferrari, ”permette invece, grazie all’utilizzo di nanoparticelle, di trasportare il farmaco fino al cuore delle cellule cancerose delle metastasi. Il farmaco attivo viene dunque rilasciato solo all’interno del nucleo della cellula metastatica, superando i meccanismi di resistenza ai farmaci messi in atto dalle stesse cellule del cancro. Con questa strategia si riesce effettivamente ad uccidere il tumore”. Il risultato è che il 50% dei topi trattati non presentava più tracce di metastasi dopo 8 mesi: ”Ciò è l’equivalente nell’uomo di circa 24 anni di sopravvivenza a seguito di un tumore in stadio metastatico”, precisa lo specialista. Se i test sull’uomo ”confermeranno anche una frazione di questo tempo di sopravvivenza registrato sul modello animale – commenta Ferrari – ciò vorrebbe ancora dire poter estendere il tempo di vita di molti anni in una popolazione di pazienti per cui, al momento, non esistono cure davvero efficaci”. I ricercatori sono fiduciosi che il nuovo farmaco potrà rivelarsi efficace anche nella cura delle metastasi ai polmoni dovute ad altri tipi di tumore, oltre che nella cura dei tumori primari al polmone. (ANSA)

LINK http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/salute/2016/03/14/ansa-tumori-nanofarmaco-cura-cancro-metastatico-in-topi_0364e5ff-0e95-49b4-b45f-e42bfac922ac.html

25/07/2016

TUMORE ALLA PROSTATA

http://www.ipasvibo.it/2016/ancona-la-prima-sonda-robotizzata-che-brucia-il-tumore-ma-salva-la-prostata.html

02/06/2016

SI SPERIMENTA IL PRIMO VACCINO ONCOLOGICO UNIVERSALE

Un passo importante nella ricerca contro il cancro: è stato testato per ora su tre pazienti, tutti con melanoma in stadio avanzato, unvaccino potenzialmente universale contro i tumori. Ideato da esperti dell’università Johannes Gutenberg a Mainz, in Germania, il vaccino è costituito da una capsula di molecole di grasso e contiene un cuore genetico, un piccolo Rna su cui sono scritte le istruzioni per attivare le cellule del sistema immunitario del paziente a sferrare una forte risposta immunitaria contro il tumore.

“Per ora – spiega all’Ansa Ugur Sahin, ricercatore che ha condotto il lavoro – abbiamo ancora una evidenza clinica limitata, poiché abbiamo testato il vaccino su soli tre pazienti. Comunque questi sono rimasti stabili, il che significa che i loro tumori hanno smesso di crescere dopo la vaccinazione e per tutto il periodo di osservazione. Nel 2017 testeremo il vaccino su altri pazienti con diversi tipi di tumore”.

Il segreto di questo vaccino sta, dunque, nella capsula di goccioline di grasso con cui viene veicolato. La capsula, infatti, iniettata endovena, raggiunge spontaneamente i distretti immunitari del corpo del paziente (milza, linfonodi, midollo osseo) e, una volta giunta a destinazione, viene ingoiata dalle cellule dendritiche che poi leggono le istruzioni in essa contenute – l’Rna – e le traducono in un “antigene tumorale specifico”, una “etichetta” molecolare che direziona le difese immunitarie in maniera mirata contro il tumore. La risposta immune scatenata è molto forte.

Il carattere di potenziale universalità del vaccino risiede nel fatto che l’Rna inserito nella capsula è intercambiabile a seconda del tumore, così da essere tradotto in un antigene tumore-specifico. Gli esperti hanno prima dimostrato l’efficacia del vaccino sui topi con diversi tipi di cancro; successivamente hanno iniziato i test sull’uomo, concentrandosi inizialmente sul melanoma. Il prossimo passo della ricerca, dunque, sarà modificare il cuore del vaccino con nuovi Rna antigenici e testarlo su pazienti con diversi tumori.

“La grande novità di questo lavoro – spiega Enrico Proietti, Direttore del reparto di applicazioni cliniche delle terapie biologiche dell’Istituto Superiore di Sanità – sta nel fatto che questi liposomi (gli involucri di grasso che racchiudono il vaccino) sono molto efficaci nell’indurre una forte risposta immunitaria, sia perché attivano l’interferone, sia perché raggiungono quasi tutti la milza, centro nevralgico delle reazioni immuni”. Potenzialmente, quindi, si tratta di un nuovo metodo di vaccinazione universalmente applicabile a diversi tumori (cambiando il contenuto della capsula a seconda del cancro), sottolinea Proietti. “Bisogna però essere cauti perché il dato clinico è al momento ancora troppo preliminare”.

fonte http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27236799

15/05/2016

TUMORE AL COLON

Contro alcune forme di cancro al colon potrebbe esserci «una nuova, promettente cura»: a dirlo sono gli esperti dell’Istituto Candiolo di Torino e dell’Ospedale Niguarda di Milano, che l’hanno sperimentata con successo su 27 pazienti e che ne hanno appena pubblicato i risultati sulla rivista scientifica Lancet Oncology. Il cancro del colon è il secondo tipo di tumore più frequente in Italia, con 40-50 casi all’anno ogni 100mila abitanti. Lo studio scientifico multicentrico, denominato Heracles, è durato quattro ann, è stato coordinato dal Niguarda e ha coinvolto anche l’Istituto Oncologico Veneto di Padova e la Seconda Università di Napoli.

Una prospettiva di cura in più per i pazienti metastatici

Si tratta di una sperimentazione di fase II (finanziata dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), che ha lo scopo di valutare l’efficacia del farmaco o della combinazione di farmaci in un gruppo di pazienti con una malattia specifica. Una volta infatti che i risultati dello studio di fase I hanno stabilito che un paziente affetto da una certa patologia può beneficiare di una terapia senza rischi eccessivi, si cerca di definirne la risposta terapeutica, ovvero la percentuale di attività del farmaco e il suo impatto sull’evoluzione della malattia. Per poi procedere con un trial di fase III, quello che precede l’autorizzazione ufficiale dei una nuova cura.«Con questa terapia – dice Livio Trusolino, responsabile del progetto di ricerca di medicina molecolare mirata nel cancro del colon retto – offriamo nuove prospettive di cura a pazienti con tumore metastatico al colon caratterizzato da una mutazione al gene Her2, refrattari al trattamento standard con i farmaci biologici oggi in uso». Nella sperimentazione i pazienti sono stati trattati con una combinazione di due farmaci diretti  specificamente contro il bersaglio Her2 nel tumore, trastuzumab e lapatinib. «Nella metà dei casi i tumori hanno smesso di crescere e nell’altra metà sono regrediti. In una paziente la massa tumorale è completamente scomparsa ormai da tre anni e mezzo».

Risultati incoraggianti

Per gli esperti «si tratta di risultati molto incoraggianti: la sopravvivenza di questi ammalati già trattati più volte, con malattia avanzata, è di solito inferiore a tre mesi, mentre oltre la metà dei pazienti che sono stati coinvolti nella sperimentazione sta ancora bene dopo nove mesi».

14/05/2016

TUMORE PANCREAS: VITAMINA D MODIFICATA, UNA SPERANZA CONCRETA

Arriva una speranza concreta contro il cancro del pancreas, uno dei tumori più letali: scienziati Usa hanno scoperto che una molecola ottenuta dalla vitamina D potenzia gli effetti della chemioterapia contro questo tumore aumentando – secondo i risultati ottenuti in animali – del 50% i tassi di sopravvivenza. Pubblicati sulla rivista Cell, i risultati sui topi sono così buoni che è stata già avviata una sperimentazione clinica per testare il derivato della vitamina D su pazienti. Lo studio è stato condotto da Ronald Evans del Salk Institute di La Jolla. Il segreto del derivato della vitamina D è che favorisce la penetrazione dei farmaci all’interno del tumore, rendendoli più efficaci. Il tumore del pancreas – circa 6000 casi l’anno in Italia – e’ uno dei più letali: praticamente asintomatico, viene difficilmente diagnosticato in fase precoce, per cui la diagnosi arriva spesso quando la malattia è già estesa ed ha iniziato a diffondersi agli organi vicini, quindi è difficile da guarire.

Oggi questa neoplasia si cura soprattutto chirurgicamente ma la mortalità associata all’intervento resta alta. I chemioterapici sono poco efficaci in quanto non riescono a penetrare in profondità nel tumore. I farmaci sono bloccati da uno scudo di cellule cosiddette stellate che favoriscono la crescita tumorale. Ebbene Evans ha scoperto che queste cellule stellate sono tappezzate di ‘interruttori’ specifici per la vitamina D e che quando questa si lega ad essi le cellule stellate si disattivano lasciando il tumore ‘nudo’ e più esposto ai farmaci.

Evans ha infine compreso che bisogna usare un derivato della vitamina D per ottenere risultati veramente apprezzabili e adesso è già in corso presso la University of Pennsylvania una sperimentazione clinica con questo derivato.

14/05/2016

LA MACCHINA CHE CURA  TUMORI INOPERABILI

Il CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica) è una struttura innovativa e tecnologicamente avanzata, voluta dal Ministero della Salute con Legge n° 388 del 23.12.2000, per il trattamento di tumori radio resistenti o non operabili, mediante l’uso di ioni carbonio e protoni. Nella sala sperimentale, nelle aree dedicate e nei laboratori si effettuano anche attività di ricerca clinica, radiobiologica e traslazionale.

Sincrotrone: l’invenzione che cura il tumore resistente ai raggi x Nonostante la struttura che ospita il Sincrotrone sia stata finanziata, in parte, dallo Stato, nessuno conosce il centro CNAO che attraverso l’adroterapia ha una percentuale elevatissima di guarigione dei tumori.

La puntata di “Report” di pochi mesi fa ha trattato un argomento molto importante e poco conosciuto per quanto riguarda la cura dei tumori.
A Pavia un gruppo di fisici e ingegneri hanno messo a punto una macchina per la cura dei tumori che esiste solo in altri tre luoghi nel mondo: Giappone, Cina e Germania.
Si tratta del Sincrotrone e cura i tumori radio resistenti.

Nella visita a Pavia il Sottosegretario Dott.Vito De Filippo (ex Governatore della Regione Basilicata) esplora le stanze in cui questo enorme macchinario viene utilizzato e attraverso il quale le particelle vengono accelerate: si tratta di struttura in cui viene iniettato un gas ricco di idrogeno o carbonio che crea un fascio di protoni o di ioni carbonio che percorrono questa circonferenza un milione di volte in mezzo secondo. Ad ogni giro le particelle aumento l’energia. Il carbonio richiede grandi macchine per venire accelerato ma quando arriva a colpire la cellula tumorale è tre volte più efficace dei raggi x.

Roberto Orecchia, direttore scientifico fondazione CNAO, spiega: “Il carbonio è più pesante e lascia una traccia all’interno della cellula. Nel suo percorso ad elevata intensità lascia una traccia tale che tutto quello che incontra, anche in questo caso del DNA, lo rompe. Questo è un tipo di danno non riparabile dalla cellula“.
Per tanto anche un tumore radioresistente può essere eliminato con gli ioni carbonio. Tutto questo sistema è stato messo insieme dall’eccellenza italiana nella fisica.

Sandro Rossi, Direttore Generale CNAO, spiega: il funzionamento del sincrotrone: ” Questo anello che ha una circonferenza di circa 80 metri, quando le particelle entrano in quell’anello cominciano ad accelerare e incominciano ad arrivare a circa 60/70% della velocità della luce. Quindi i fisici, gli ingegneri, selezionano l’energia giusta per arrivare dove esattamente il medico dice che bisogna fermare il fascio per trattare quel tumore“.

Con questa tecnica che si chiama Adroterapia stanno curando anche i sarcomi. “I sarcomi sono universalmente conosciuti come essere tumori radio resistenti – dichiara Roberto Orecchi – La probabilità di controllo locale con la Radioterapia generalmente non supera il 50/60%”.
Con la tecnica dell’Adroterapia, invece i dati sono più incoraggianti e arrivano all’80/85% di successo sulla malattia, in pratica significa di fatto la guarigione del paziente. Stanno emergendo anche altre indicazioni come il tumore del pancreas, che normalmente si riesce a curare nel 20% dei casi. Con l’adroterapia sono state registrate percentuali di sopravvivenza a due anni libera da malattie del 45%. Di solito tumori resistenti ai raggi x sono quelli della base cranica, tumori delle ghiandole salivari, tumori del retto, melanoma dell’occhio, e la prospettiva è quello di applicarlo anche per i tumori che colpiscono i bambini.
Oltre 600 sono i pazienti curati nel centro CNAO costruito per 150 milioni di euro di cui 95 messi a disposizione dallo Stato in base alla legge istituita dalla fondazione Veronesi del 2000.Nonostante sia sconosciuto l’invenzione del Sincrotone è orgoglio tutto italiano realizzato con l’Istituto di fisica nucleare Politecnico di Milano e l’Università di Pavia. Al progetto hanno partecipato 600 ditte di cui 500 italiane.

Come funziona Il lettino motorizzato in cui si stende il paziente come se fosse una tac è dotato di un laser con un puntamento ad altissima precisione colpisce il tumore in tante fette, come dichiara il direttore della fondazione; tali fette si scindono in un millimetro ciascuno e fetta per fetta colpisce il tumore.
Il trattamento varia dai 2 ai 15 minuti ed è perfettamente indolore.

Si curano anche pazienti che non avrebbero alternative. Purtroppo questa struttura, anche se finanziata dallo Stato, non tutti la conoscono perché non figura tra i centri di cura nazionale per il tumore. Il trattamento completo costa 24mila euro e finora solo le regioni Lombardia ed Emilia Romagna rimborsano l’intero costo della cura.

Altre regioni in Italia richiedono prima un’autorizzazione visto che molte Asl ignorano ancora il trattamento dell’Adroterapia. Purtroppo per far si che il CNAO venga elencato tra i centri riconosciuti per la cura del tumore si dovrà aspettare l’aggiornamento della legge di stabilità con l’elenco di malattie che potranno essere curate con l’adroterapia e completamente rimborsabili. Un aggiornamento che dovrebbe avvenire nell’immediato futuro visto che le persone in Italia malate di sarcomi sono oltre 4500, tutti tumori resistenti alla tradizionale radioterapia.

Il CNAO è stato istituito per volontà del Ministero della Salute e la Fondazione CNAO, incaricata della sua realizzazione, costruzione e funzionamento, è stata insediata a Milano il 21 novembre 2001, sotto la guida del prof. Ugo Amaldi. Il Centro si trova a Pavia e la sua inaugurazione è avvenuta il 15 febbraio del 2010. Nell’ottobre 2011 sono iniziati i trattamenti su pazienti volontari e selezionati dal ministero della salute. Il CNAO si prefigge lo scopo di curare i pazienti affetti da tumori solidi mediante l’uso di fasci di protoni e ioni carbonio: si tratta di particelle denominate adroni, da cui il nome di adroterapia. Nello stesso tempo effettuerà ricerca scientifica per individuare strumenti sempre più efficaci nella lotta contro il cancro.

In altri termini, il CNAO opererà a due livelli: presterà assistenza medica diretta ai malati di cancro e farà ricerca clinica e radiobiologica. Il centro funzionerà con prestazioni di carattere ambulatoriale; non sono previsti servizi di assistenza in regime di ricovero ordinario. A livello tecnologico il CNAO si avvale di un sincrotrone di 25 m di diametro, in grado di accelerare sia protoni, sia ioni di carbonio. Protoni e ioni saranno prodotti in due sorgenti, pre-accelerati da un acceleratore lineare, seguito da una linea di iniezione per il trasferimento delle particelle nell’anello del sincrotrone dove verranno ulteriormente accelerate ed estratte ad energie sino a 250 MeV per i protoni e 480 MeV/u per gli ioni carbonio. Il CNAO ha tre sale di terapia, una delle quali dotata di un sistema di trattamento con fascio sia orizzontale che verticale. In funzione del tipo di particelle utilizzate (protoni o ioni carbonio) e della loro energia, potranno essere irradiati tumori a profondità variabili da 1 a 27 cm.

PER CONTATTARE IL CENTRO:  http://fondazionecnao.it/it/ IL TELEFONO DEL CENTRO E’ 0382-078.963

16/03/2016

UN NANOFARMACO PER IL CANCRO METASTATICO

Un’equipe di ricercatori dello Houston Methodist Research Institute, guidato da Mauro Ferrari, uno dei maggiori esperti di nanotecnologie in medicina a livello mondiale, ha messo a punto un farmaco composto da nanoparticelle in grado di penetrare nelle metastasi causate dal cancro al seno in organi come polmoni e fegato, distruggendole. Il nuovo nanofarmaco è stato sperimentato al momento su topi, con risultati definiti “sbalorditivi”, tanto che si punta ad avviare i test sull’uomo il prossimo anno. I risultati della scoperta sono stati pubblicati sulla rivista Nature Biotechnology.

Il 50% delle cavie raggiunge la completa guarigione
L’obiettivo è iniziare i test sull’uomo nel 2017

Il nuovo nanofarmaco (iNPG-pDox), spiega Ferrari, “si dimostra capace di curare completamente le metastasi polmonari ed al fegato in modelli animali, ovvero in topi con tumore al seno. Circa il 50% delle cavie raggiunge infatti la completa guarigione, con un equivalente umano di oltre vent’anni di vita senza evidenza di tumore residuo”. Un risultato “importantissimo – sottolinea Ferrari, presidente del Methodist Institute e primo autore dello studio – alla luce del fatto che non ci sono terapie attualmente disponibili per i tumori metastatici, di origine mammaria o di qualsiasi altra origine”.

12/03/2016

DA MILANO ANCORA PASSI VERSO LA CURA DELLE LEUCEMIE

Lo studio del San Raffaele di Milano, presentato a Washington, punta sui linfociti modificati geneticamente e trasformati in un’armata anti-cancro. Non solo: conservando per anni la ‘memoria’ della cura, queste cellule sarebbero anche una sorta di vaccino che impedisce alla malattia di ripresentarsi. Chiara Bonini: “Ora abbiamo alte probabilità di creare un medicinale che potrebbe ridurre la probabilità di recidiva

La scoperta di una terapia immuno-cellulare potrebbe rappresentare una svolta contro il ritorno del tumore LONDRA – Una terapia anti-cancro che potrebbe non solo sconfiggere la malattia, ma anche impedire che si ripresenti per anni, in maniera simile a quanto fa un vaccino. Se i primi risultati saranno confermati, porterà una rivoluzione lo studio firmato Irccs ospedale San Raffaele e università Vita-Salute San Raffaele, presentato a Washington in occasione del meeting annuale dell’Americanassociation for the advancement of Science (Aaas) e già pubblicato su ‘Science Translational Medicine’.

‘Soldati del sistema immunitario’. La ricerca si è concentrata sulle leucemie, ma gli esperti sono convinti che potrà essere applicata anche ad altre forme di cancro. L’obiettivo degli studiosi italiani per questo lavoro era selezionare dei ’soldati scelti’ dal sistema immunitario, modificarli geneticamente in modo da trasformarli in laboratorio in un’armata di superkiller, in grado di riconoscere e uccidere selettivamente le cellule tumorali. “Ci siamo riusciti – assicura Chiara Bonini, vicedirettore della Divisione di immunologia, trapianti e malattie infettive del San Raffaele – . Negli ultimi 15 anni non ho visto tassi di remissione così alti in test clinici. Abbiamo individuato quali sono i linfociti con le maggiori probabilità di riuscire in questa impresa. Si tratta di cellule che costituiscono una specie di ‘farmaco vivente’. Abbiamo alte probabilità di creare un medicinale che potrebbe ridurre la probabilità di recidiva del cancro”.

Memory stem T cells. Nel loro lavoro i ricercatori hanno seguito 10 pazienti, all’epoca affetti da leucemia acuta, che avevano ricevuto a partire dal 2000 il trapianto di midollo osseo da donatore familiare parzialmente compatibile. La sperimentazione prevedeva l’infusione di linfociti T del donatore, modificati geneticamente con il gene “suicida” TK, con l’obiettivo di fornire ai pazienti un nuovo sistema immunitario, capace di combattere la leucemia e di difenderli dalle infezioni, e suscettibile di essere controllato selettivamente nel caso di complicanze.

La memoria immunologica. A distanza di anni da trapianto e terapia genica, i parametri immunologici sono risultati uguali a quelli di persone sane e di pari età. Davanti a questo primo esito positivo, il passo successivo è stato identificare quali cellule del sistema immunitario resistessero maggiormente nel tempo, andando a verificare quali di esse si ritrovavano dopo anni. A essere ‘promosse’, per la loro persistenza fino a 14 anni, sono state le memory stem T cells. “Se vogliamo che la risposta perduri nel tempo – spiega Chiara Bonini  – occorre utilizzare cellule del sistema immunitario che abbiano le qualità per resistere, e nello studio abbiamo identificato i sottotipi con queste caratteristiche: sono le ‘memory stem T cells’ o staminali della memoria immunologica. Ogni linfocita T – prosegue Bonini – riconosce un antigene specifico su un’altra cellula, che sia un virus dell’influenza o della varicella, o un qualunque altro agente patogeno. Nel nostro organismo ci sono poi i linfociti T che riconoscono le cellule tumorali, ma sono molto rari, mentre un paziente ha bisogno di averne molti. Il nostro compito è proprio questo: somministrargli un esercito di linfociti T anticancro costruito da noi”.

LEGGI Un proiettile di sangue contro le leucemie di ELVIRA NASELLI

L’obiettivo. Per arrivare all’obiettivo finale, spiega Bonini, ci sono due strade possibili: “La prima è armare i linfociti T usando i recettori Car, che nelle leucemie acute hanno fatto la differenza producendo risposte cliniche un tempo impensabili – ricorda Bonini – . Questi recettori, però, riconoscono solo strutture che si trovano sulla superficie esterna della cellula tumorale-bersaglio. Se l’antigene è all’interno, Car non lo vede”. I ricercatori italiani hanno dunque percorso anche la seconda via: “E’ quella di usare il recettore Tcr, naturalmente presente nei linfociti T e in grado di colpire anche un antigene interno alla cellule bersaglio – spiega Chiara Bonini -. Attraverso una particolare tecnologia di editing genetico, usando cioè una ‘forbice molecolare’, andiamo prima a eliminare il Tcr proprio del linfocita. E una volta che lo abbiamo spogliato, mettiamo sul linfocita nudo il Tcr che vogliamo noi: un ‘Tcr anticancro’ che armi il soldato contro la malattia”.

L’altro studio negli  Usa. Negli Stati Uniti un altro studio, appena presentato allAmerican association for the advancement of Science, ha dato risultati positivi  utilizzando i linfociti T per combattere una forma di leucemia particolarmente acuta. In questo caso è stato seguito un altro metodo, rispetto a quello scelto dai ricercatori del San Raffaele. Gli esperti del Fred Hutchinson Cancer Research Centre di Seattle hanno ‘armato’ i linfociti T usando i recettori Car. In pratica hanno sperimentato un nuovo trattamento che consiste nell’iniettare nel paziente celluledel sistema immunitario geneticamente modificate per attaccare uno specifico tumore del sangue. Il 94 per cento dei pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta, una grave forma di leucemia che può uccidere nel giro di pochi mesi, ha beneficiato della completa scomparsa dei sintomi.

12/03/2016

LA CELL FACTORY PER CURARE I TUMORI SENZA CHEMIO

A Pescara è stata inaugurata all’ospedale Santo Spirito la Cell factory, un laboratorio di manipolazione cellulare criobiologica che curerà i tumori senza chemio, ma con il trapianto di cellule staminali.

Tumori, leucemie, mielomi, linfomi, sclerosi multipla,Alzheimer, Parkinson e altre malattie degenerative potranno essere curate con il trapianto di cellule staminali prelevate da cordone ombelicale. La biobanca, una struttura di 220 metri quadrati, inaugurata nel reparto di ematologia pescarese e costata alla Regione 4 milioni di euro, dal 2017 potrà accogliere il primo paziente che sarà curato con questo nuovo protocollo.

Le cellule staminali sono usate in oculistica, ortopedia, ematologia, oncologia ed altre branche della medicina per la loro capacità di farrinascere le cellule e di “riparare” quelle parti del nostro corpo che per malattia o altro si sono ammalate o sono andate perdute.

Il sito dell”ospedale è Ausl.pe.it

13/02/2016

Trovata nuova terapia contro la leucemia linfatica cronica

Un gruppo di scienziati del San Raffaele di Milano ha dimostrato che la crescita delle cellule leucemiche è sostenuta da alcune note cellule del sistema immunitario. In arrivo una nuova terapia

link http://salute.diariodelweb.it/salute/articolo/?nid=20160212_374658

13/02/2016

Un estratto naturale derivato dal neem, un albero (Azadirachta) della famiglia delle Meliacee nativo dell’India e della Birmania, potrebbe potenzialmente essere usato per trattare il cancro al pancreas. I risultati dello studio, pubblicati sulle pagine della rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti da un team di scienziati della Texas Tech University Health Sciences Center di El Paso che hanno testato un composto presente nelle foglie del neem, contro il cancro al pancreas in linee cellulari e topi. I risultati hanno rivelato che il nimbolide, questo il nome del ritrovato, può arrestare la crescita e le metastasi del cancro al pancreas, senza danneggiare le cellule normali e sane. “La promessa che nimbolide ha mostrato è incredibile – ha evidenziato Rajkumar Lakshmanaswamy, professore associato presso la TTUHSC El Paso e responsabile dello studio – la specificità del trattamento sulle cellule tumorali è molto interessante”.

Il 94% dei pazienti che muore entro cinque anni - Il tumore al pancreas ha il più alto tasso di mortalità di tutti i tumori, con il 94% dei pazienti che muore entro cinque anni dalla diagnosi. Il cancro si sviluppa rapidamente e attualmente non esistono terapie efficaci disponibili. Il nimbolide, stando a quanto evidenziato dalla ricerca, è in grado di ridurre del 70 per cento le capacità di migrazione come anche l’invasione delle cellule tumorali pancreatiche. Negli esseri umani, questa dinamica, chiamata metastasi, è la principale causa di mortalità. Il team guidato da Lakshmanaswamy conferma che il trattamento con il nimbolide ha indotto anche la morte delle cellule tumorali, provocando la riduzione delle dimensioni e del numero di colonie di cellule del cancro pancreatico, dell’80 per cento.

31.03.2013

FAR MORIRE DI FAME IL TUMORE

Uno studio congiunto Cnr, Università di Bologna e Sigma-Tau dimostra che un farmaco può inibire il ricambio dei grassi delle cellule neoplastiche bloccandone la crescita. La scoperta è pubblicata su The Journal of the National Cancer Institute.

Cancro

Sfruttare la ʻfameʼ di grassi delle cellule tumorali per bloccarne il metabolismo. Il gruppo di lavoro tutto italiano, guidato da Gianfranco Peluso dell’Istituto di biochimica delle proteine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibp-Cnr) di Napoli e da Lorenzo Montanaro dell’Università di Bologna, formatosi circa dicei anni fa su intuizione del fondatore della Sigma-Tau, Claudio Cavazza, ha dimostrato che è possibile bloccare farmacologicamente il metabolismo delle cellule tumorali, colpendole selettivamente.

La ricerca, pubblicata sulla rivista medica ʻThe Journal of the National Cancer Instituteʼ, nasce da un progetto multidisciplinare che ha unito competenze cellulari e molecolari nel campo oncologico e biochimico e apre nuove e promettenti prospettive terapeutiche nella lotta contro i tumori.

L’intuizione alla base dello studio è che le cellule tumorali, a causa della loro velocità di crescita e delle specifiche alterazioni metaboliche che le caratterizzano, siano strettamente dipendenti dal metabolismo degli acidi grassi per produrre, tra l’altro, le membrane delle cellule figlie.

Peluso e Montanaro assieme ai loro collaboratori e ai ricercatori della Sigma-Tau hanno dimostrato che utilizzando un farmaco sperimentale, denominato ST1326, si riesce ad inibire il sistema della carnitina acil-transferasi. Tale sistema è necessario per il trasporto degli acidi grassi all’interno del mitocondrio – la centrale energetica della cellula – dove avviene il loro metabolismo.

“In questo modo, vengono compromessi la produzione e il mantenimento delle riserve cellulari di una molecola, l’acetato, indispensabile per generare nuovi lipidi, costituenti essenziali delle membrane cellulari”, spiegano Peluso e Montanaro. “Il farmaco ha dimostrato di avere un effetto tossico selettivo, colpendo preferenzialmente le cellule tumorali. Rispetto alle cellule sane, quelle neoplastiche risultano essere infatti molto più sensibili al farmaco, accumulano nel citoplasma i lipidi che non vengono metabolizzati e non sono in grado di generarne di nuovi e quindi di proliferare”.

31.03.2013

DAL MALTOLO MOLECOLE CONTRO IL CANCRO

Due studiosi di Urbino hanno individuato nel “maltolo”, una sostanza naturale contenuta nel malto, nella cicoria, nel cocco, nel caffè e in moltissimi altri prodotti naturali, la possibilità di utilizzarlo per lo sviluppo di una nuova classe di molecole con spiccata attività antineoplastica. La scoperta rappresenta un notevole avanzamento nella ricerca di nuove strategie terapeutiche contro il cancro tanto da avere ottenuto il brevetto nazionale, nell’attesa di quello internazionale.

Per la Legge sulle invenzioni e per la Convenzione sulla concessione di brevetti europei (CBE) tutti i brevetti che hanno per oggetto un composto chimico, devono possedere requisiti di novità, originalità ed industrialità.

Questo lavoro è il frutto di una sinergia multidisciplinare tra due gruppi di ricerca quelli del dott. Mirco Fanelli di estrazione prettamente biomedica e l’altro, del prof. Vieri Fusi, prettamente chimica, legati dal desiderio di esplorare e di progredire nei relativi bagagli scientifici e culturali.

Il gruppo di ricerca diretto dal dott. Mirco Fanelli, con sede a Fano presso il Centro di Biotecnologie, è impegnato da tempo negli studi del ruolo delle alterazioni epigenetiche nel sviluppo del cancro ed ha recentemente sviluppato una tecnica innovativa denominata PAT-ChIP finalizzata allo studio dell’epigenoma direttamente nei campioni derivati dai pazienti e conservati in paraffina (FFPE).

Il gruppo del professore Vieri Fusi, si è da sempre occupato di riconoscimento molecolare, dello sviluppo sintetico di recettori e metallo-recettori e degli aspetti termodinamici che guidano il riconoscimento tra due specie chimiche.

Va sottolineato che, nonostante i progressi sia nel campo della diagnostica (sempre più precoce) che degli approcci chirurgico/terapeutici, il cancro è oggi una delle principali cause di morte nei paesi industrializzati. Molti traguardi sono stati raggiunti nell’ultimo ventennio nell’approccio a questa patologia e la ricerca scientifica ci ha dato la possibilità di sviluppare numerosi protocolli terapeutici che hanno visto sia ridurre la mortalità, per neoplasie prima considerate inguaribili, che di aumentare l’aspettativa di vita di molti pazienti.

Tuttavia, proprio per la sua straordinaria complessità, non è stata ancora sviluppata l’arma necessaria ad affrontare alcuni tipi di tumori particolarmente aggressivi e quei tumori che si sviluppano in seguito a trattamenti terapeutici (le cosiddette recidive).

“Negli ultimi anni – ci spiegano Vieri Fusi e Mirco Fanelli – la ricerca in campo oncologico sta affrontando l’intera problematica attraverso una doppia strategia: da un lato cerca di comprendere a fondo le peculiarità molecolari alla base della patologia stessa e, dall’altro, prova a sviluppare nuove molecole come potenziali farmaci (drug discovery). I due approcci non navigano necessariamente su due binari diversi ed è proprio con la scoperta dei meccanismi molecolari alterati nella cellula neoplastica che si gettano le basi per lo sviluppo di nuove molecole atte a correggere quelle alterazioni”.

“La problematica – ci spiegano Mirco Fanelli e Vieri Fusi – va necessariamente affrontata seguendo un iter che porta, partendo dall’osservazione macroscopica del problema, all’analisi del processo molecolare sia dal punto di vista eziopatogenetico che nella realizzazione del potenziale farmaco e/o contromisure terapeutiche”.

L’INTERVISTA
D: Di cosa si tratta?

Vieri Fusi: Il maltolo “per se” è una molecola innocua, utilizzata talvolta come additivo alimentare per il suo aroma e le sue proprietà antiossidanti, ma – se opportunamente modificata – può dare origine a nuove molecole con interessanti proprietà biologiche. Due molecole rappresentative di questa classe di composti sono state al momento sintetizzate e caratterizzate nella loro capacità d’indurre alterazioni della cromatina e, quindi, di condurre le cellule a rispondere in termini biologici.
Questa classe di composti è caratterizzata da interessanti proprietà chimico/fisiche che li rende capaci sia di raggiungere l’interno della cellula che di esplicare le loro funzioni nel nucleo, dove risiede il nostro genoma (e dunque la cromatina).

Mirco Fanelli: Da subito abbiamo monitorato come alcuni modelli neoplastici (colture cellulari in vitro) fossero sensibili ai trattamenti con le due molecole (denominate malten e maltonis): le cellule, in risposta ai trattamenti, alterano dapprima la loro capacità di replicare e, successivamente, inducono un importante processo biologico che le conduce ad un vero e proprio suicidio (denominato morte cellulare programmata).
La cosa ancora più interessante è che la somministrazione delle due nuove molecole altera enormemente l’espressione genica in funzione di una risposta atta a eliminare quelle micro modificazioni che sia malten che maltonis sono capaci d’indurre all’interno della cellula.

D: Oltre che sul piano brevettuale, gli studi sino ad ora condotti, hanno avuto un buon successo scientifico e sono stati pubblicati su ottime riviste internazionali (British Journal of Cancer; Journal of Organic Chemistry), fornendo il presupposto per proseguire gli studi su modelli tumorali in vivo.

Vieri Fusi: Purtroppo non possiamo divulgare i dettagli di quest’ultimi, visto che sono ancora nella fase di sottomissione per la loro pubblicazione e coinvolgono anche altre strutture scientifiche. Possiamo però anticipare che questi composti sembrano essere tollerati in vivo (cosa non scontata) ed hanno dimostrato interessanti proprietà biologiche inducendo una sensibile riduzione della massa tumorale.

D:Come agiscono le nuove molecole?

Mirco Fanelli: Ritornando agli aspetti molecolari, queste nuove molecole sembrano agire attraverso dei meccanismi nuovi riconducibili a modificazioni strutturali della cromatina. Tale meccanismo di azione, ad oggi mai osservato in molecole ad azione antineoplastica, è alla base per un potenziale sviluppo di molecole che possano sfruttare strategie alternative con cui bersagliare le cellule tumorali. Insomma, speriamo di poter sviluppare nuove armi con cui aggredire il cancro con le quali poter migliorare le attuali cure soprattutto per quei tipi di tumore ad oggi sprovvisti di terapia o derivanti da una recidiva.

L’Articolo scientifico
Amatori S, Ambrosi G, Michelo, et al. “Synthesis, basicity, structural characterization, and biochemical properties of two [(3-hydroxy-4-pyron-2-yl)methyl]amine derivatives showing antineoplastic features.” J Org Chem (2012) doi: 10.1021/jo202270j

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admin | 03.31.13 | Senza categoria | No Comments |