Niraparib – funziona anche per chi non ha mutazione Brca1

NUOVI passi avanti nella ricerca di una terapia efficace contro la cosiddetta “mutazione Jolie”. Con un plus niente affatto trascurabile che è quello di funzionare nel tumore ovarico ricorrente anche quando non c’è la mutazione del gene Brca offrendo una sopravvivenza libera da progressione che può arrivare fino a 21 mesi. Un “guadagno” di anni di vita reso possibile dal niraparib, un inibitore dell’enzima Parp importante per la riparazione dei danni al Dna. La buona notizia è stata data in questi giorni al Congresso dell’Esmo e pubblicata in contemporanea su The New England Journal of Medicine.

I risultati.
Lo studio di fase III Engot-Ov16/Nova è stato condotto in collaborazione con la Rete Europea dei gruppi di ricerca in Ginecologia Oncologica (Engot) in doppio cieco con niraparib e placebo su 553 pazienti con cancro ovarico ricorrente che rispondevano alla chemioterapia a base di platino. I risultati hanno dimostrato che il niraparib ha prolungato significativamente la sopravvivenza libera da progressione della malattia in un vasto campione di donne. Ma la vera novità sta nel fatto che la sopravvivenza è migliorata sia nelle pazienti portatrici della mutazione del BRCA 1 sia in quelle non portatrici. Inoltre, nello studio erano incluse anche pazienti che avevano un deficit della ricombinazione omologa (HRD-positive). E anche in questo caso i risultati sono stati buoni con un aumento significativo della sopravvivenza libera da progressione.

“In questa classe di farmaci avevamo già i dati di olaparib che è già in commercio anche in Italia ma solo per le pazienti con la mutazione del gene Brca-1 e Brca-2” spiega Sandro Pignata, direttore del Diparitmento 1 di Ginecologia dell’Istituto Tumori di Napoli Irccs “Fondazione G. Pascale” e presidente dell’Engot. “La novità di questo studio è che sono state incluse anche le pazienti non mutate e si è visto che anche in queste donne il farmaco è molto efficace. Dunque, rispetto all’olaparib è stato fatto un importante passo avanti perché possiamo offrire il farmaco ad un gruppo più ampio di pazienti”. Su 5mila nuovi casi che si verificano ogni anno, infatti, solo il 20% delle pazienti presenta una mutazione.
(continua…)

admin | 10.13.16 | Senza categoria, , , , , , , | No Comments |

- Nei geni la terapia del futuro

(ANSA) SYDNEY, 26 GIU – Le donne che soffrono di cancro alle ovaie dovrebbero sottoporsi a screening per individuare possibili mutazioni genetiche, sostengono ricercatori australiani, dopo uno studio che dimostra come i geni possano far prevedere l’efficacia dei trattamenti. Secondo lo studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology, il 14% delle donne con cancro alle ovaie ha una mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2, ma il 44% di queste non ha precedenti in famiglia di cancro al seno o alle ovaie e pertanto non si sottopone a screening. I ricercatori del Centro Peter MacCallum per il Cancro di Melbourne hanno osservato che le donne con tale mutazione hanno un tasso di sopravvivenza del 55% dopo cinque anni, contro un tasso del 40% fra le donne senza la mutazione. Lo screening e’ importante – scrive l’oncologa clinica Gillian Mitchell che ha guidato lo studio – perche’ la mutazione puo’ determinare sia la prognosi della paziente, sia il trattamento piu’ efficace. Le donne con la mutazione rispondono meglio alla chemioterapia al platino, la piu’ usata per trattare il cancro alle ovaie, che dovrebbe essere continuata anche se non riesce nel breve termine. ”Finora se il tumore ricorre dopo un certo periodo dopo l’ultima dose di platino, la paziente e’ ritenuta resistente al trattamento, che viene interrotto. Ma lo studio indica che se il trattamento viene ripreso, anche poco dopo, la risposta puo’ essere positiva. Lo studio indica inoltre che le donne con la mutazione rispondono meglio anche ad altre forme di chemioterapia, prosegue la studiosa. I risultati hanno importanti implicazioni per future sperimentazioni di farmaci per trattare il cancro alle ovaie. Nella prossima fase, la ricerca cerchera’ di individuare quali donne hanno le mutazioni BRCA e quindi maggiori probabilita’ di sopravvivenza, e quali no
admin | 06.27.12 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- i geni risentono del nostro stile di vita

Le giraffe non hanno sviluppato un collo lungo a forza di ostinarsi ad acchiappare le foglie più alte…». Si potrebbe cominciare così un’argomentazione per confutare Lamarck, giacché il meccanismo dell’evoluzione – intuì Darwin – è la comparsa casuale di caratteri che si affermano quando risultano più vantaggiosi in uno specifico ambiente: le giraffe un po’ più «dotate», arrivando al cibo più facilmente, avevano un’aspettativa di vita più lunga e quindi più probabilità di avere progenie che ereditasse il carattere «collo lungo». Oggi tuttavia c’è chi rivaluta il contributo dei comportamenti individuali e delle pressioni ambientali – in gergo la disciplina si chiama «epigenetica» – nella trasmissione dei caratteri.

Come il team guidato dallo svedese Lars Olov Bygren, specialista di medicina preventiva al Karolinska Institute, ospite in Italia della Fondazione Bracco e del Museo della scienza e della tecnologia di Milano. Bygren ha cominciato a studiare l’influenza degli stili di vita sul cervello in un campione di 12 mila individui e si è trovato sotto la lente i meccanismi con i quali i comportamenti influiscono sulle istruzioni a priori dei geni e, addirittura, come questi possano essere ereditati. Il professore parte da alcuni dati di fatto. «Gli stili di vita – spiega – influenzano l’espressione genica». E fa un esempio: «Se una donna possiede il gene Brca1, che espone al cancro al seno, può ritardare fino ad antagonizzare l’esordio della malattia grazie a un’alimentazione ricca di antiossidanti, abbondanti in frutta e verdura, che inducono l’espressione degli enzimi deputati a “spegnere” i radicali liberi e grazie all’attività fisica, che promuove il silenziamento di geni prooncogeni».

Il destino, dunque, non è scritto nei geni, ma «dipende dalla modulazione dell’azione dei geni». Il dogma centrale della biologia, secondo cui «un gene produce una proteina» – alla base dei vari processi fisiologici – è stato infatti confutato, quando si è scoperto che, pur possedendo solo circa 25 mila geni, il nostro Genoma è in grado di produrre centinaia di migliaia di proteine: «Ogni gene – spiega Bygren – è capace di codificare allo stesso tempo per più di una proteina e la codifica dipende dai segnali chimici che riceve, indotti proprio dagli stili di vita individuali».

Il campione a disposizione era composto da individui selezionati per particolari attitudini alla lettura, interessi per la musica, il cinema, il teatro e la cultura in generale. L’esperimento ha individuato come queste attività migliorino la salute del cervello e in ultima analisi l’organismo in generale: «L’allenamento delle capacità cognitive – continua – guida lo sviluppo delle cellule staminali nelle aree del cervello primitivo a differenziarsi in nuovi neuroni, che a loro volta formano nuove sinapsi». Il cervello, proprio come un muscolo, se sollecitato, conserva e potenzia le sue funzioni, «in particolare nell’area dell’ipotalamo, deputata alla gestione della memoria, e in quella dell’ippocampo, che tra le tante funzioni sottende l’espressione degli stati emotivi». Se infatti viviamo un evento emozionante, e quindi «stressante» per il cervello, l’ormone cortisolo media un processo che porta alla fortissima impressione di quell’evento nella memoria. «Ecco perché – esemplifica il professore – tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo l’11 settembre 2001».

L’effetto «anabolizzante» della cultura sul cervello può aumentare l’aspettativa di vita anche di decine d’anni: «La generazione di nuove sinapsi – continua Bygren – contrasta l’insorgenza del morbo di Alzheimer e aumenta in generale la capacità di gestire al meglio tutto il sistema nervoso periferico e quindi la funzionalità degli organi, mantenendoli in buona salute». Lo studio prova che cultura e svago sono al secondo posto come fattori che determinano l’aspettativa di vita, dopo l’assenza di malattie e prima di fattori come età, reddito, lavoro e sesso. Ma è possibile fissare le buone abitudini nei geni destinati alla progenie, ossia nei gameti? «Secondo noi, è possibile, ma il processo non è mediato dai gameti – precisa il professore -. E spiega: «Un nostro studio su popolazioni del Terzo Mondo, in famiglie con una storia di denutrizione perpetuata da generazioni, mostra che i neonati hanno una fisiologia precaria e sono più esposti alle malattie. Analogamente le popolazioni che si sovralimentano trasmettono ai figli una fisiologia che li espone ad altre malattie, come il diabete».

I cromosomi non sono l’unico veicolo per la trasmissione dei caratteri e Bygren lo spiega con una similitudine: «Le conseguenze della “fame da cibo” si trasmettono con le stesse regole della “fame da cultura”. Le donne incinte che si alimentano correttamente trasmettono segnali chimici che favoriscono uno sviluppo virtuoso del feto così come quelle che si alimentano intellettualmente trasmettono segnali chimici utili allo sviluppo del sistema nervoso nella fase embrionale». Ma attenzione: «Proprio perché l’espressione genica è modulata dagli stili di vita, una volta al mondo, i geni “buoni” vanno coltivati altrimenti la loro espressione è inibita: così, se parliamo di cultura, la stimolazione cognitiva dev’essere promossa nel nascituro, perpetuata nella crescita e con l’avanzare dell’età, affinché i geni che promuovono il differenziamento delle staminali in neuroni e sinapsi rimangano accesi».

admin | 01.03.12 | Senza categoria, | 2 Comments |

- Aggiornamenti positivi su OLAPARIB

Secondo un recente studio canadese, l’Olaparib, un farmaco sperimentale che ha mostrato risultati promettenti contro il cancro ovarico causato da mutazioni nei geni BRCA1 o BRCA2 può anche essere efficace contro il cancro alle ovaie non causato da tali mutazioni .

Entrambe le proteine ​​PARP e BRCA sono coinvolte nella riparazione del DNA. Studi clinici in pazienti portatori di mutazioni del BRCA 1 e 2 hanno dato risultati promettenti.

Nel nuovo studio, i ricercatori canadesi affermano che per la prima volta si e’ dimostrato che olaparib riduce le dimensioni del tumore nei pazienti con carcinoma ovarico non-ereditario, che è molto più comune di quello originato da mutazioni del BRCA.

Lo studio clinico di fase 2 include 65 pazienti con tumore ovarico che hanno ricevuto 400 milligrammi di olaparib due volte al giorno per quattro settimane. La riduzione della massa tumorale e’ stata rilevata nel 41 per cento dei pazienti con mutazioni BRCA e nel 24 per cento di quelli senza mutazioni BRCA.

Lo studio è stato pubblicato il 21 agosto nel The Lancet Oncology .

Gli effetti collaterali descritti sono stati : lieve affaticamento, nausea, vomito e diminuzione dell’appetito.

Karen Gelmon, coordinatore della ricerca ha affermato: “Questa scoperta non solo suggerisce nuove possibilità terapeutiche per le donne con questo tipo aggressivo di cancro alle ovaie, ma soprattutto conferma l’ipotesi che pazienti affetti da tumori vari non di origine genica possono essere trattati efficacemente con inibitori delle PARP,”

admin | 08.23.11 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- preservare la possibilita’ di procreare, Brca1

Questo potrebbe rappresentare un grande miglioramento rispetto alla attuale strategia di prevenzione per le donne ad alto rischio di tumore ovarico, ovvero la rimozione totale delle ovaie.  La ricerca e’ stata pubblicata nel numero corrente del Journal of Human Reproduction. Il nuovo trattamento messo a punto presso la Oregon Health and Science University si focalizza sulle cellule che circondano le ovaie, denominate cellule epiteliali. Tali cellule, la cui funzione rimane sconosciuta, sono quelle dove generalmente il cancro mette le proprie radici. Per condurre la ricerca, gli scienziati hanno eliminato attraverso la chirurgia mininvasiva l’epitelio ovarico nelle femmine di scimmia.

In seguito, gli animali sono stati controllati per verificare se la rimozione dello strato epiteliale mutava la funzionalita’ delle ovaie.  L’osservazione ha evidenziato che le ovaie hanno continuato a pridurre ovuli normalmente, cosi come il ciclico processo degli estrogeni e del progesterone.

Le donne ad alto rischio di tumore ovarico che oggi possono avvalersi della rimozione delle ovaie come unica forma di prevenzione contro questa neoplasia, potrebbero con questa nuova tecnica mantenere la possibilita’ di procreare, oltre ovviamente al vantaggio di conservare la fonte primaria di produzione di estrogeni.

“Sono necessari ulteriori studi, ma il sistema riproduttivo delle scimmie femmine e’ molto simile a quello delle donne e questo ci fa ben sperare” ha aggiunto il Dott. Jay Wright dell’ Oregon National Primate Research Center.

admin | 04.07.11 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- il perche’ dei controlli frequenti per chi ha una mutazione del BRCA1

Questa e’ la mia domanda e la chiarissima risposta, su Sportello Cancro del Corriere della Sera, del Dott. Sideri . Ci spiega come si formano velocemente certi tipi di tumore ovarico e il perche’ l’ecografia transvaginale e’ importantissima ma non riesce ad essere un metodo di screening

DOMANDA

Cari Dottori,

purtroppo a causa della mia mutazione al Brca1, seguo molto attentamente l’evoluzione della ricerca e delle sperimentazioni per il tumore ovarico.
Stavo leggendo la versione del 2011 del Guide to Clinical Preventive Services, Second Edition: Periodic Updates per il tumore ovarico.
Ora, e’ chiaro a tutte che non esiste screening. Ma non riesco a trovare la logica di queste affermazioni: se colto in tempo, e cioe’ allo stadio I, la sopravvivenza a 5 anni e’ del 92% (anche di piu’ forse…) E ancora: i controlli con CA125 ed ecografia transvaginale non hanno provato di ridurre la mortalita’. Punto finale: il 65% dei tumori ovarici allo stadio I viene diagnosticato con ecografia transvaginale.
Ma tutto questo non ha logica! Se ho una schance di diagnosi precoce solo con l’ecografia e la differenza di sopravvivenza fra uno stadio e l’altro e’ notevole, come si fa a dire che l’eco non aumenta la sopravvivenza! E le altre 35% di donne che scoprono il tumore al primo stadio come lo scopre? Se e’ vero che l’eco conduce spesso a falsi positivi credo che qualsiasi donna preferisca sottoporsi ad una laparoscopia esplorativa piuttosto che, come vorrebbero convincerci queste affermazioni, rassegnarsi all’idea di non fare niente!
Sara’ forse che i test costano troppo alla sanita’ nazionale, a maggior ragione quando si parla di assicurazioni sanitarie negli USA?
grazie mille come sempre!

RISPOSTA

Cara Moira, la ringrazio per la sua lettera, che non fa una grinza. Potenza delle donne! Ma….c’è sempre un ma. Le notizie che ha recuperato dalla rete, come al solito sono verissime; confermo tutto. E allora perchè non c’è lo screening ecografico? Credo di averlo già scritto in un’altra risposta: perchè l’ecografia negativa oggi non assicura che a distanza di breve, anche solo tre mesi, non compaia il tumore, allo stadio avanzato. Quindi il limite non è l’esame, che infatti è proprio in grado di diagnosticare se non proprio tutti, almeno una parte dei tumori in fase precoce; ma è la storia naturale della malattia che non permette la diagnosi precoce; infatti le donne che hanno ricevuto una diagnosi di tumore allo stadio iniziale sono delle fortunate che hanno fatto per caso l’ecografia nel momento giusto. Infatti il 70% dei tumori viene diagnosticato allo stadio avanzato, e solo una piccola parte viene diagnosticato “casualmente” al primo stadio. Ma non è finita qui. Il tumore più frequente, sieroso, nella sua evoluzione può non passare attraverso la fase della cisti, e non è diagnosticabile in fase precoce dall’ecografia; sono in genere i tumori a cellule chiare oppure endometriodi che vengono diagnosticati casualmente in fase iniziale perchè passano attraverso la fase della cisti, che è riconoscibile in ecografia. Per questo motivo noi consigliamo l’ecografia una volta all’anno nelle donne a partire dai 45/50 anni: non riduce la mortalità, ma permette di rassicurare la donna in quel momento e di diagnosticare qualche forma ai primi stadi. Come una sentinella di ronda che passa ogni ora: tra un passaggio e l’altro può accadere di tutto. Spero sia più chiaro. Infine non è un problema economico, almeno per ora. Ci mancano gli strumenti o la conoscenza.

admin | 03.24.11 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

-inibitori della Parp, promessa per i portatori di mutazioni genetiche, NBS news

Il 6 gennaio la NBS, nel suo programma “Nightly  news” ha parlato degli inibitori della PARP come la scoperta piu’ “sconvolgente” nella cura dei tumori di prostata, ovaio e mammella, causati da mutazioni genetiche del BRCA1 e 2.  Ho appena scritto ai due ricercatori che parlano nel servizio per capire se e dove (in Europa) gli inibitori della PARP vengono utilizzati insieme alle terapie tradizionali e quali sono i possibili sviluppi e miglioramenti di questo nuovo trattamento.

Nel frattempo per chi capisce l’Inglese, vi consiglio di guardare il video della NBS

http://www.msnbc.msn.com/id/3032619/#31532986

admin | 01.14.11 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- Risposta dei ricercatori: ovariectomia preventiva

Nella sezione “Lettere ai ricercatori” troverete una risposta di Sportello Cancro del Corriere della Sera in merito ad una mia domanda sulla ovariectomia preventiva.

Spero sia utile

admin | 09.16.10 | Senza categoria, , | No Comments |

- Buone notizie per chi ha il BRCA1 mutato!

Brca1

Agosto 19, 2010. I ricercatori del Mount Sinai Hospital, inclusi i Dott. Daniel Durocher, Anne-Claude Gingras e Frank Sicheri hanno scoperto una proteina chiamata OTUB1 che blocca i danni del DNA nella cellula, una scoperta che potrebbe portare a sviluppare strategie per migliorare le terapie anticancro.

Gli autori della ricerca, insieme ai colleghi della Keio University in Giappone hanno rivelato nuove informazioni su come le cellule regolano il loro materiale genetico. Inoltre la scoperta migliora la comprensione di tumori come quello al seno e all’ovaio in quanto la ricerca ha dimostrato che il OTUB1 inibisce l’azione del BRCA1, una proteina responsabile della riparazione del DNA e che in queste neoplasie invece e’ mutata.

Il Dott. Durocher ha spiegato che OTUB1 lavora in un modo completamente nuovo: le mutazioni nei geni che riparano il DNA possono provocare il cancro, l’infertilita’ e alcune forme di immunosoppressione. Quindi inibire le proteine che bloccano la riparazione del DNA puo’ portare a nuove terapie per queste malattie.

La ricerca e’ stata pubblicata in un articolo di NATURE del 19 Agosto 2010 http://www.nature.com/nature/journal/v466/n7309/full/nature09297.html

Per contatti e info

Karin Fleming
Mount Sinai Hospital, Samuel Lunenfeld Research Institute
416-586-4800 ext. 2046
fleming@lunenfeld.ca

admin | 09.02.10 | Senza categoria, , , , , , , , , | No Comments |

CANCRO OVAIE: INDIVIDUATO GENE ‘INTERRUTTORE’ CHE LO SPEGNE

Individuato un gene ‘interruttore’ che sarebbe in grado di impedire lo sviluppo del tumore alle ovaie. Gli scienziati scozzesi della ‘Cancer research unit’ di Edimburgo, hanno scoperto che il gene OPCML non funzionerebbe in maniera corretta in 9 su 10 dei campioni di tessuto canceroso esaminati. Quando il gene è ‘acceso’, invece, impedisce la crescita delle cellule tumorali. Quindi, spiegano gli esperti in uno studio pubblicato sulla rivista ‘Nature Genetics’, sarebbe in grado di influenzare le strategie di difesa dell’organismo contro il cancro. La scoperta, anche se non avrà una ricaduta immediata su nuovi farmaci e test contro questo vero ‘killer’ delle donne, rappresenta, secondo gli scienziati scozzesi, una strada molto interessante per la ricerca. Una delle strategie che il tumore utilizza per impiantarsi e crescere, secondo gli studi più recenti, è quella ’spegnere’ i geni destinati a bloccare la moltiplicazione delle cellule cancerose. L’OPCML sarebbe uno di questi. La ricerca, adesso, si indirizza su due strade: riuscire a ‘risvegliare’ il gene nei tessuti attaccati dal tumore o, in alternativa, mettere a punto un farmaco che ne mimi l’azione. ”Sappiamo di avere molto lavoro da fare sul gene – scrive Hani Gabra, il ricercatore che ha guidato il progetto – per comprenderne il funzionamento e il meccanismo che lo rende inattivo. Ma i primi risultati sembrano molto interessanti”.

PS: altro centro di ricerca da contattare. La prossima settimana apriro’ una sezione con tutte le mail che mandero’ ai vari ricercatori. Vediamo se qualcuno ci aiuta e ci ascolta…..io sono ottimista!

admin | 04.10.10 | Senza categoria, , , , , | No Comments |