IL K.O. SI SVILUPPA OLTRE SEI ANNI PRIMA NELLE TUBE

Il tumore dell’ovaio, nella sua forma più diffusa, inizia a svilupparsi sei anni e mezzo prima di diventare quel nemico silenzioso ma molto aggressivo che diverse donne conoscono e che può diventare mortale. Si forma nelle tube di Falloppio, come forma tumorale che gia’ contiene in se’ le modifiche del Dna necessarie allo sviluppo della patologia, per poi, quando raggiunge le ovaie, progredire alla forma metastatica in tempo piu’ breve, appena due anni.

Emerge da una ricerca guidata dal Johns Hopkins Kimmel Cancer Center, pubblicata su Nature Communications. Lo studio, che ha permesso di tracciare un ‘albero dell’evoluzione’della malattia, e’ stato svolto su campioni di tessuto di 9 donne: in cinque di loro si trattava di cellule normali, tumori ovarici, metastasi e neoplasie nelle tube di Falloppio e in quattro , sottoposte alla rimozione di ovaie e tube a causa di mutazioni genetiche ereditarie nel gene BRCA (il cosiddetto gene Jolie) o della presenza di una massa pelvica, di lesioni pretumorali e cellule normali. (continua…)

admin | 10.25.17 | Senza categoria, , , , | No Comments |

IMMUNOTERAPIA- A SIENA IL PRIMO CENTRO EUROPEO

Era il 1900 quando Paul Ehrlich, il microbiologo tedesco fondatore della chemioterapia, suggerì per la prima volta l’idea che alcune molecole all’interno dell’organismo possano essere in grado di combattere i tumori. Poco più di un secolo dopo è stato inaugurata proprio in Italia, a Siena, la prima struttura in Europa interamente dedicata alla cura dei tumori con l’immunoterapia, ovvero la pratica di sfruttare e stimolare le difese naturali del corpo a reagire contro l’«invasione» delle cellule cancerose.L’annuncio è stato dato nei giorni scorsi durante nell’ambito del XV congresso internazionale del NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori), durante il quale i maggiori esperti internazionali in immuno-oncologia hanno fatto il punto su quella che viene ormai considerata la quarta arma nella lotta al cancro, accanto a chirurgia, radio e chemioterapia.

Dott. Michele Di Maio

Il CIO, in una sola realtà ricerca e pratica clinica
La nuova struttura, con sede a Siena, si chiama CIO (Centro di Immuno-Oncologia): a regime occuperà una superficie complessiva di circa 1.250 metri quadri e nasce con l’obiettivo di unire i ricercatori pre-clinici e clinici in un’unica realtà operativa per dare vita a nuove strategie nella lotta contro il cancro. Solo nel 2017 si prevede che al CIO afferiranno circa 3mila nuovi pazienti e il 75 per cento di quelli in terapia verrà inserito in studi clinici. Al momento sono attive presso il CIO circa 40 sperimentazioni di immunoterapia in tumori di tipo diverso, dagli studi di fase I a quelli di fase III, l’ultima prima che un farmaco venga immesso in commercio. Il CIO ha quattro anime fondamentali: un reparto clinico di Immunoterapia Oncologica, un laboratorio traslazionale ottimizzato per svolgere tutte le attività indispensabili a supporto dei programmi di sperimentazione clinica, laboratori destinati alla ricerca di base (pre-clinica) e una sezione dedicata alle sperimentazioni di fase I e II.

(continua…)

admin | 10.11.17 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

CHEMIOTERAPIA INTRAPERITONEALE PIU’ EFFICACE

NELLE donne operate di tumore dell’ovaio, la chemioterapia somministrata non solo per via endovenosa, ma anche direttamente nell’addome, consente di controllare meglio la malattia. A rivelarlo i risultati iniziali di uno studio di fase II presentato al congresso ASCO di Chicago, che ha interessato 275 donne con carcinoma ovarico in stadio IIB-IV, trattate con chemioterapia prima dell’intervento chirurgico e in seguito sottoposte a intervento di rimozione del tumore. Dopo l’intervento, 200 di loro sono state assegnate al trattamento con chemioterapia tradizionale per via endovenosa o al regime per via endovenosa e intraperitoneale. La maggior parte delle pazienti incluse nello studio presentavano una diffusione del tumore all’interno della cavità peritoneale (stadio IIIC). A distanza di 9 mesi, il 42,2% delle donne trattate con chemioterapia endovenosa presentava un peggioramento della malattia, contro appena il 23,3% del gruppo trattato con la doppia somministrazione, endovenosa e intraperitoneale. Un dato questo con un importante impatto sulla sopravvivenza: le donne trattate con chemioterapia intra-addominale hanno presentato una sopravvivenza complessiva di 59,3 mesi, contro i 38,1 mesi del gruppo trattato in maniera tradizionale, cioè per via endovenosa.

I precedenti. Alcuni studi condotti in precedenza avevano suggerito che determinati tipi di carcinoma dell’ovaio sono più sensibili di altri alla chemioterapia. L’idea dei ricercatori canadesi è dunque adesso quella di analizzare i campioni di tessuto tumorale raccolti durante questo studio per valutare quali caratteristiche biologiche si associno ad una migliore risposta alla chemioterapia per via intra-addominale. Questo consentirà di selezionare le pazienti con le migliori chance di risposta a questo nuovo approccio. “Già da questi primi risultati – afferma l’autrice dello studio, Helen Mackay, Sunnybrook Odette Cancer Center, Toronto (Canada) – possiamo vedere che le donne trattate con la chemioterapia per via intraperitoneale  hanno risultati migliori senza un aumento di tossicità”. (continua…)

admin | 06.05.16 | Senza categoria, , , , , | 2 Comments |

. STUDIO CHORINE A CANDIOLO (TO)

AGGIORNAMENTO: in merito allo studio  ”CHORINE” (Bergamo è il Centro capofila). vi ricordo che anche all’IRCCS di Candiolo (TO) stanno arruolando nel “CHORINE” (Valutazione della Chemioipertermia nell’Ovaio in prima presentazione) e che e’ comunque disponibile  un altro protocollo di chemioipertermia (HIPEC)  nei tumori dell’Ovaio recidivi con intervallo libero > di un anno.

per informazioni:

Istituto di Candiolo – IRCCS
Fondazione del Piemonte per l’Oncologia (FPO)
Strada Provinciale 142 Km 3,95 10060 Candiolo (TO)
Tel.  Centralino 011.9933111 -
Segreteria 011-9933630 Visite 011-9933070

admin | 03.12.16 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

la PIPAC contro la carcinosi peritoneale da tumore ovarico

Il Dott. Coukos a Losanna sta gia’ sperimentando questa nuova tecnica, proveniente dalla Germania, per sconfiggere il tumore ovarico utilizzando chemioterapici in “spray” diretttamente nell’addome.

A breve la PIPAC dovrebbe essere disponibile anche al Gemelli di Roma

Nel frattempo allego un video in cui viene spiegato il funzionamento. Purtroppo e’ in tedesco, ma qualcosa e’ comprensibile.

Se fra i lettori ci fosse qualcuno disposto a farcene un riassunto, sarebbe davvero utilissimowatch?v=daxKArtpjtQ

admin | 04.28.15 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- SCOPERTO IL MECCANISMO DI CHEMIORESISTENZA DEL TUMORE OVARICO

Una ricerca del Regina Elena di Roma che potrebbe rivoluzionare nel prossimo futuro il trattamento del tumore ovarico. Alla base della resistenza alla chemioterapia sembra esserci l’endotelina. Già disponibile un farmaco per vincere la chemioresistenza correlata all’endotelina, sia a livello del tumore che del suo microambiente.

08 NOV - Non solo i batteri, ma anche i tumori possono diventare ‘resistenti’ alle terapie. Alcuni più di altri, come il carcinoma ovarico. E l’elevata mortalità di questo tumore è determinata soprattutto dalla resistenza alle terapie disponibili. Alla chemioresistenza tumorale possono contribuire sia alcuni fattori intrinseci al tumore, che le caratteristiche peculiari del microambiente nel quale è immerso.

Cancer Research
ha appena pubblicato online first un’importante scoperta, fatta da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Regina Elena’ di Roma, riguardante appunto un meccanismo alla base della chemioresistenza del carcinoma ovarico. E non solo. I ricercatori romani ritengono di aver anche trovato il modo di neutralizzarlo.

Alla base di questa ‘resistenza’ del tumore alla terapia ci sarebbe l’endotelina, un polipeptide prodotto dalle cellule endoteliali dei vasi, noto per essere un potentissimo vasocostrittore e un induttore di proliferazione delle cellule muscolari lisce dei vasi. Per queste sue caratteristiche, l’endotelina finora è stato oggetto di studi soprattutto in ambito cardiovascolare e gli inibitori dell’endotelina (bosentan, ambrisentan, macitentan) vengono utilizzati ad esempio nell’ipertensione polmonare.

Nel caso del tumore ovarico, i ricercatori italiani hanno però evidenziato che l’endotelina, legandosi al suo recettore e alla proteina adattatrice beta-arrestina, va ad attivare altre cascate di segnale e si integra con la via molecolare di Wnt/beta-catenina, responsabile dell’insorgere della chemioresistenza.

A questo punto, i ricercatori del Regina Elena, sono andati a vedere se l’inibizione dell’endotelina potesse bloccare questi fenomeni e dunque combattere la chemioresistenza. Per farlo, si sono serviti di un farmaco, il macitentan, da poco approvato come trattamento per l’ipertensione polmonare.

“Il macitentan – spiega la dottoressa Anna Bagnato, coordinatrice della ricerca – riesce a neutralizzare gli effetti dell’endotelina e abbiamo dimostrato che questo farmaco consente anche ai tumori chemioresistenti di rispondere alla terapia. Il macitentan, bloccando sia i recettori A che B dell’endotelina, espressi sulla parete dei vasi sanguigni, ma anche sulle cellule tumorali, riesce a bloccare sia la formazione delle metastasi, che l’insorgenza della chemioresistenza; allo stesso tempo impedisce la formazione di nuovi vasi, che alimentano il tumore”.

In vivo il trattamento con macitentan ha ridotto la crescita tumorale, la formazione di nuovi vasi, l’intravasazione e la progressione metastatica. L’associazione del macitentan con il cisplatino ha prodotto un potenziamento dell’effetto citotossico, indicando dunque che l’antagonista recettoriale dell’endotelina è in grado di aumentare la sensibilità del tumore alla chemioterapia.

Il farmaco, utilizzato nell’ipertensione polmonare, potrebbe dunque avere presto una nuova e inaspettata indicazione. Al momento naturalmente, questo impiego off-label è possibile solo all’interno di una sperimentazione clinica, ma potrebbe un giorno entrare a far parte dei protocolli di trattamento del carcinoma ovarico, in associazione alla chemioterapia tradizionale.

Un’altra parte della ricerca, realizzata in collaborazione con Gabriella Ferrandina, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – si è focalizzata sulle caratteristiche clinico-patologiche associate alla chemio-resistenza. Questo ha permesso di scoprire che un’iperespressione del recettore A dell’endotelina nel tessuto tumorale ovarico starebbe a segnalare i casi di carcinoma ovarico a cattiva prognosi e la chemioresistenza.

La ricerca pubblicata su Cancer Research è stata finanziata con fondi AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).

fonte: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=24240

admin | 11.08.14 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

PANKOMAB-GEX: Immunoterapia all’Istituto Nazionale dei Tumori

Presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano e’ possibile accedere, sulla base di predeterminati parametri clinici,  ad un trial con un nuovo immunoterapico, il PankoMab-Gex,  della azienda Farmaceutica Tedesca Glycotope GMbH e  che si ritiene possa essere attivo contro le cellule tumorali, riconoscendo e legandosi ad una specifica molecola, TA-MUC1, presente sulla loro superficie ed inducendo una reazione del sistema immunitario, il   sistema di difesa del corpo umano contro le infezioni e le sostanze estranee. Questo immunoterapico dovrebbe tuttavia funzionare solo nelle pazienti le cui cellule tumorali TA-MUC1, per cui e’ necessario svolgere dei test di verifica.

La sperimentazione in doppio cieco-placebo e’ in fase di recruiting (ancora aperta)

Per ulteriori informazioni, e per capire chi puo’ accedere:

http://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT01899599?term=pankomab+gex&rank=2

admin | 10.03.14 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- I VACCINI: UNA SVOLTA STORICA?

Vaccini anti-cancro: vicini ad una rivoluzione?

Un lavoro pubblicato su Journal of Experimental Medicine apre la strada ad una nuova generazione di vaccini anti-cancro. Le mutazioni che si verificano durante la divisione delle cellule tumorali, rendono il cancro ‘visibile’ al sistema immunitario. In un modo diverso però rispetto a quanto ritenuto finora.

23 SET - Man mano che le cellule tumorali si dividono, ‘accumulano’ al loro interno degli errori casuali, cioè mutazioni del loro DNA. Questo fa sì che vengano prodotte nuove proteine, alcune delle quali riconosciute come nemiche da parte dei linfociti T, che dunque le attaccano, eliminando così le cellule tumorali. Un gruppo di ricercatori americani, autori di un lavoro pubblicato su Journal of Experimental Medicine, ritengono di aver trovato l’ago nel pagliaio degli antigeni tumorali, una scoperta che potrebbe portare ad una nuova generazione di vaccini anti-cancro.

Le conoscenze attuali permettono infatti di individuare quali sono le sequenze proteiche capaci di indurre l’attacco dei linfociti T, dei possibili nuovi bersagli (neoepitopi); alcuni di questi potrebbero essere utilizzati come vaccini in grado di scatenare una risposta delle cellule immunitario, in grado di portare a distruzione le cellule tumorali.

L’unico problema, non da poco, è che il repertorio mutazionale dei tumori genera centinaia di neoepitopi, ma solo alcuni di questi avrebbero la potenzialità di scatenare l’attacco dei linfociti T, cioè di rendere il tumore immunogeno. In passato, si è cercato di individuarli, sulla base di quanto le singole proteine mutate venissero ‘riconosciute’ dal sistema immunitario.

Gli autori del lavoro appena pubblicato ritengono tuttavia che questo criterio non è del tutto valido. I risultati del loro studio dimostrano infatti che ancora più importante è come appare ai linfociti T il ‘gradiente’ tra cellula normale e cellula tumorale. Una specie di gioco di ‘trova le differenze’, nel quale il confronto tra il normale e l’alieno diventa l’elemento cardine.

Le bacchette da rabdomante messe a punto dai ricercatori americani per individuare in mezzo alla moltitudine di neoepitopi, quelli potenzialmente utili alla costruzione di un vaccino sono due: l’indice agretopico differenziale (l’agretopo è la porzione dell’antigene che interagisce con le molecole del complesso maggiore di istocompatibilità, MHC) e la stabilità conformazionale dell’interazione peptide-MCH I (complesso maggiore di istocompatibilità di classe I).

Questi strumenti sarebbero in grado di individuare i neoepitopi mutati in maniera tale da creare nuovi punti di ancoraggio per le proteine del complesso maggiore di istocompabilità. I neoepitopi individuati utilizzando questi strumenti sarebbero in grado di scatenare l’immunità CD8-dipendente.
Un concetto questo da affinare e perfezionare, ma che potrebbe rivoluzionare completamente i futuri tentativi di mettere a punto un vaccino anti-cancro.

FONTE: QUOTIDIANOSANITA.IT

admin | 09.24.14 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- CREATA UNA SUPER PROTEINA CHE BLOCCA LE METASTASI

UNA ’super proteina’ che può bloccare all’origine il processo che permette a un tumore di entrare nel sangue per invadere altri organi del corpo, dando origine a delle metastasi. E’ stata sperimentata dall’Università di Stanford sui topi, nell’ambito di uno studio pubblicato suNature Chemical Biology. Si tratta di una proteina ingegnerizzata, versione modificata della proteina naturale Axl, che funziona come una specie di ‘esca avvelenata’. Agganciandosi a un’altra proteina denominata Gas6, le impedisce di innescare il meccanismo attraverso il quale la neoplasia può viaggiare da un tessuto all’altro. Somministrata per via intravenosa in cavie da laboratorio con tumori mammari e ovarici, la nuova proteina ha ridotto le metastasi rispettivamente del 78% e del 90% rispetto al gruppo di roditori controllo, non trattati con la sostanza. Un risultato incoraggiante che potrebbe portare in futuro a nuove cure.

Lo studio. “E’ una terapia molto promettente che dagli studi preclinici sembra efficace e non tossica. Potrebbe aprire a un nuovo approccio al trattamento del cancro”, spiega Amato J. Giaccia, uno degli autori. “La maggior parte dei pazienti che muoiono per un cancro sono colpiti da forme metastatiche della malattia”, sottolinea Jennifer Cochran del team di ricerca. Per cercare di rallentare o bloccare le metastasi oggi si utilizza infatti la chemioterapia, che non sempre funziona e in più è gravata da pesanti effetti collaterali.

L’esca che blocca la metastasi. Gli scienziati di Stanford hanno tentato un’altra via: cercare di impedire l’interazione fra le due proteine (Axl che si trova sulle cellule tumorali e la sua controparte circolante Gas6), che scatena la diffusione del tumore dando origine a metastasi. Quando infatti due Gas6 si agganciano a due Axl, si genera un segnale che permette al cancro di viaggiare da un organo o da un tessuto a un altro attraverso il sangue. I ricercatori hanno prodotto in laboratorio una versione alterata di Axl, che proprio come un’esca ‘pesca’ Gas6 nel circolo sanguigno e gli impedisce di legare e attivare le proteine Axl presenti come setole sulla superficie delle cellule malate.

La sperimentazione non si ferma. La ’super proteina’ è già avviata allo sviluppo industriale grazie a Ruga Corporation, start-up biotech di Palo Alto in California, di cui Giaccia e Cochran sono consulenti scientifici. La società ha preso in licenza la proteina ingegnerizzata e procederà a ulteriori test preclinici per verificare se la sua somministrazione possa essere sicura e potenzialmente efficace anche nell’uomo.

La ricerca italiana sul tumore al seno. Una scoperta che segue di poco quella fatta da un gruppo di studiosi italiani, ma che riguarda il cancro al seno.  I ricercatori dell‘Istituto nazionale tumori di Milano hanno individuato un nuovo meccanismo responsabile delle metastasi nel tumore del seno. Alla base del processo c’è l’osteopontina, un’insospettabile proteina, normalmente presente al di fuori delle cellule e coinvolta nella regolazione di diversi processi fisiologici.

admin | 09.22.14 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

SCOPERTA SULLE CELLULE MESOTELIALI, NON COSI PASSIVE

Le cellule mesoteliali ‘attirano’ le metastasi di cancro dell’ovaio

Uno studio pubblicato su Journal of Clinical Investigation rivela che le cellule mesoteliali hanno un ruolo attivo nell’attirare le metastasi di cancro dell’ovaio ed apre la strada a nuove terapie. Tra le donne con cancro dell’ovaio, meno di una su cinque sopravvive a cinque anni dalla diagnosi, a causa dell’invasività di questo tumore che si diffonde rapidamente agli organi addominali ricoperti di mesotelio

13 SET - La carcinosi peritoneale è una tristemente nota evoluzione del cancro dell’ovaio. Fino ad oggi si riteneva che le cellule mesoteliali, che rivestono gli organi della cavità addominale, fossero solo vittime ‘passive’ dei processi di metastatizzazione .
Uno studio americano, appena pubblicato su Journal of Clinical Investigation, getta invece nuova luce sul ruolo delle cellule mesoteliali nella diffusione del cancro dell’ovaio.

Ernst Lengyele colleghi dell’Università di Chicago, utilizzando colture cellulari tridimensionali, hanno scoperto che le cellule mesoteliali umane secernono fibronectina, in presenza di cellule tumorali ovariche. Andando inoltre a studiare lo stroma tumorale di un centinaio di metastasi omentali, i ricercatori hanno evidenziato che la fibronectina risultava sempre iperepressa in queste pazienti.
La fibronectina insomma ‘attira’ le cellule del tumore dell’ovaio e ne facilita l’adesione agli organi ricoperti di cellule mesoteliali.

Bloccando la produzione di fibronectina nelle cellule mesoteliali, in vitro e in modelli sperimentali animali, sia geneticamente, che attraverso frammenti di RNA interferenti (siRNA, un meccanismo epigenetico attraverso il quale frammenti di RNA sono in grado di spegnere l’espressione di alcuni geni), gli autori dello studio hanno dimostrato che è possibile ridurre l’adesione, l’invasione, la proliferazione e la metastatizzazione delle cellule di carcinoma ovarico.

Gli stessi ricercatori hanno anche dimostrato che le cellule di tumore ovarico secernono TGF-beta1, che a sua volta attiva nelle cellule mesenchimali una via di segnale (la TGF-β receptor/RAC1/SMAD dipendente), in grado di facilitare un fenotipo mesenchimale e la upregulation della trascrizione della fibronectina. Bloccando con degli anticorpi la funzione alfa 5 o beta1-integrina, gli autori dello studio sono riusciti a ridurre la formazione di metastasi, in un modello preclinico di metastasi da carcinoma ovarico.

“Tutti questi risultati – concludono gli autori dello studio – indicano che le cellule mesoteliali associate al cancro promuovono la colonizzazione tumorale durante la fase iniziale di metastatizzazione del cancro dell’ovaio e suggeriscono che le cellule mesoteliali contribuiscano attivamente alla formazione delle metastasi”.

admin | 09.14.14 | Senza categoria, , , , , | No Comments |