- bassi livelli di glutatione nei tumori ovarici avanzati e nelle recidive

Da uno studio pubblicato nel Journal of Ovarian research, e’ emerso che i livelli di glutatione (esattamente GPX3) erano nettamente diminuiti nelle donne con tumore ovarico sieroso proporzionalmente allo stadio della malattia. Lo stesso decremento e’ stato evidenziato in caso di recidiva del tumore.
Se cio’ rappresenti una caratteristica generale della malattia o un suo segno di progressione e’ ancora da determinare. Comprendere questa relazione potrebbe essere un grande aiuto per la conoscenza di questa particolare forma di tumore ovarico, comune e aggressiva.

PER APPROFONDIMENTI SUL GLUTATIONE

http://it.wikipedia.org/wiki/Glutatione

http://www.anagen.net/glutat.htm

Autori: Deep AgnaniOlga Camacho-VanegasCatalina CamachoShashi LeleKunle OdunsiSamantha CohenPeter DottinoJohn Martignetti

admin | 10.24.11 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- shoc termico possibile nuova terapia

Si chiama ‘effetto Lance Armstrong’ e potrebbe essere una nuova arma per combattere i tumori chemio o radio resistenti. Il principio base sta nel calore e nello choc termico. Lo studio e’ pubblicato su Molecular Pharmaceutics. I pazienti con cancro ai testicoli, lo stesso da cui e’ guarito Armstrong, hanno un tasso di sopravvivenza alto (70%), mentre nel pancreas le chance nel primo anno anno dopo la diagnosi sono solo del 25%. Per i ricercatori la differenza starebbe nella temperatura.
il testo potete trovarlo qui

http://pubs.acs.org/action/showMultipleAbstracts

Nel frattempo ho scritto alla Johns Hopkins University per avere maggiori informazioni.

admin | 10.20.11 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- Aggiornamenti positivi su OLAPARIB

Secondo un recente studio canadese, l’Olaparib, un farmaco sperimentale che ha mostrato risultati promettenti contro il cancro ovarico causato da mutazioni nei geni BRCA1 o BRCA2 può anche essere efficace contro il cancro alle ovaie non causato da tali mutazioni .

Entrambe le proteine ​​PARP e BRCA sono coinvolte nella riparazione del DNA. Studi clinici in pazienti portatori di mutazioni del BRCA 1 e 2 hanno dato risultati promettenti.

Nel nuovo studio, i ricercatori canadesi affermano che per la prima volta si e’ dimostrato che olaparib riduce le dimensioni del tumore nei pazienti con carcinoma ovarico non-ereditario, che è molto più comune di quello originato da mutazioni del BRCA.

Lo studio clinico di fase 2 include 65 pazienti con tumore ovarico che hanno ricevuto 400 milligrammi di olaparib due volte al giorno per quattro settimane. La riduzione della massa tumorale e’ stata rilevata nel 41 per cento dei pazienti con mutazioni BRCA e nel 24 per cento di quelli senza mutazioni BRCA.

Lo studio è stato pubblicato il 21 agosto nel The Lancet Oncology .

Gli effetti collaterali descritti sono stati : lieve affaticamento, nausea, vomito e diminuzione dell’appetito.

Karen Gelmon, coordinatore della ricerca ha affermato: “Questa scoperta non solo suggerisce nuove possibilità terapeutiche per le donne con questo tipo aggressivo di cancro alle ovaie, ma soprattutto conferma l’ipotesi che pazienti affetti da tumori vari non di origine genica possono essere trattati efficacemente con inibitori delle PARP,”

admin | 08.23.11 | Senza categoria, , , , , , | No Comments |

- I linfociti T rafforzati contro il tumore ovarico

Roma, 11 ago. (Adnkronos) – Vent’anni di lavoro per arrivare a una terapia genica contro la leucemia e ora i primi, insperati successi. Sono stati definiti “di gran lunga superiori al previsto” i risultati ottenuti da un gruppo di scienziati americani dell’Università della Pennsylvania su tre malati di leucemia linfocitica cronica in fase avanzata. Pazienti molto gravi, per i quali non restava altra speranza se non un trapianto di midollo osseo con un rischio di mortalità superiore al 20% e probabilità di successo inferiori al 50%. Ma i medici hanno tentato un’altra strada: l’utilizzo di linfociti T prelevati dai malati e modificati geneticamente in modo da ottenere dei ’serial killer ogm’ armati contro le cellule tumorali. La risposta è arrivata entro tre settimane dal trattamento. Due dei pazienti sono in remissione da un anno. E nel terzo sembra non esserci più evidenza di malattia. Si tratta di risultati ancora preliminari; la sperimentazione deve continuare e ampliarsi, precisano gli autori, ma lo studio pilota autorizza a sperare. I dati del mini-trial, finanziato dall’Alleanza per la terapia genica del cancro, sono pubblicati sul ‘New England Journal of Medicine’ e su ‘Science Translational Medicine’. I risultati dimostrano per la prima volta che la via della terapia genica contro la leucemia è percorribile. I ricercatori dell’Abramson Cancer Center e della Perelman School of Medicine dell’università della Pennsylvania hanno utilizzato cellule T prelevate dal sistema immunitario dei pazienti. Prima di essere reinfusi nei ‘proprietari’, questi linfociti sono stati riprogrammati attraverso un vettore virale, in modo da produrre una proteina (recettore Car) che aggancia una particolare struttura presente sulle cellule malate (antigene CD19). Un classico incastro del tipo ‘chiave-serratura’, che ha permesso ai ‘killer ogm’ di agguantare le cellule leucemiche e di annientarle. Ora gli scienziati sperano di poter applicare lo stesso approccio anche in bambini leucemici in cui le cure tradizionali hanno fallito, e contro altri tumori fra cui linfoma non-Hodgkin, leucemia linfocitica acuta, mesotelioma e carcinomi di ovaio e pancreas.

admin | 08.21.11 | Senza categoria, , , , , | 4 Comments |

- Diagnosi precoce: una nuova scoperta

Individuare precocemente il cancro ovarico, nella sua fase iniziale, non è semplice poiché può rimanere nascosto fino a quando è in fase avanzata, quando è molto più difficile da trattare. (fonte immagine)

In genere viene diagnosticato alla presenza dei primi sintomi: dolore nel basso ventre e una sensazione di pienezza nell’addome.

Ecco perché è importante segnalare la scoperta di una sostanza chimica nel sangue che potrebbe aiutare i medici a rilevare la presenza di cellule cancerose nelle ovaie, prima di quanto sia possibile con gli strumenti a disposizione oggi.

Lo sostiene uno studio effettuato da un gruppo di ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago e pubblicata sull’autorevole rivista “Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention” edita dalla Società Americana per la Ricerca sul Cancro.

La scoperta consiste nella presenza di un marcatore del sangue delle donne che hanno il tumore ovarico, ma non in quelli sani: si tratta dell’anticorpo “mesotelina”.

Gli anticorpi sono stati trovati nel sangue della maggior parte delle donne con tumore ovarico, così come le donne con infertilità dovuta a problemi con l’ovaio, mentre non erano presenti in donne sane.

Secondo altri istituti di ricerca questi primi risultati sono interessanti, ma ulteriori studi dovranno essere sperimentati su più donne al fine di confermare se questa molecola potrebbe essere utile nella diagnosi precoce del cancro.

admin | 08.21.11 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- Da Modena e Reggio una scoperta per combattere il tumore ovarico

Maria Paola Costi

Il carcinoma ovarico, il sesto tumore più diffuso al mondo, potrà essere meglio combattuto dal punto di vista terapeutico.
E’ il risultato di una strategia individuata da alcuni ricercatori tedeschi e italiani, tra cui Maria Paola Costi e Glauco Ponterini dell’università di Modena e Reggio , che impedisce l’insorgere della resistenza ai farmaci durante la cura della malattia.
I ricercatori hanno individuato alcuni peptidi che riescono ad inibire un enzima indispensabile per la sintesi del Dna, e quindi anche per la crescita di cellule tumorali. Questi peptidi agiscono con un nuovo meccanismo inibitorio, legandosi all’interfaccia fra le due subunità dell’enzima timidilato sintasi e contrastano la crescita di cellule tumorali resistenti ai farmaci attualmente in uso clinico.
Presto sarà avviato uno studio clinico pilota sul loro meccanismo nella struttura complessa di Oncologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena.
Lo studio è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences Usa”, e ha come prima autrice Daniela Cardinale, una giovane ricercatrice che ha svolto il suo dottorato nei laboratori modenesi del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Ateneo Emiliano e attualmente si trova a Bordeaux per un periodo di post-dottorato.

Maria Paola Costi, dell’ateneo di Modena e Reggio
Il tumore ovarico è il sesto più diffuso. Colpisce oltre 200mila donne ogni anno nel mondo ed ha incidenza maggiore nei paesi industrializzati. È caratterizzato da alta mortalità a causa di una frequente diagnosi tardiva e del rapido sviluppo di resistenza ai farmaci. Alcuni farmaci antitumorali impiegati nella chemioterapia, inibiscono l’enzima timidilato sintasi, ma a volte la malattia è in grado di resistere ai farmaci. Nel corso del lavoro di ricerca, sono stati invece scoperti diversi peptidi che inibiscono la timidilato sintasi. Gli sviluppi successivi, già in corso e supportati dall’ Associazione Italiana per la ricerca sul Cancro (Airc), consisteranno – anticipa una nota dell’ateneo emiliano – in un’ottimizzazione dei composti e nell’analisi dettagliata dei meccanismi d’azione nelle cellule, e in uno studio clinico pilota che coinvolge il centro oncologico dell’Università di Modena e Reggio.

admin | 08.02.11 | Senza categoria, , , , | No Comments |

- Dall’India una ricerca genetica promettente

KOLKATA: una nuova ricerca offre grandi speranze per migliaia di pazienti con carcinoma ovarico. Essa rivela che una forma della malattia farmaco-resistente può essere trattata con la terapia genica e aiutare a prolungare la durata della vita delle pazienti. Anche se l’esperimento è ancora in una fase preliminare, i ricercatori prevedono di essere ad un anno di distanza dalla messa a punto di un farmaco che potrebbe prevenire le ricadute nelle pazienti ‘platino-resistenti’ .

L’unico modo di neutralizzare la platino resistenza è quello di colpire il gene che porta alla malattia e bloccarlo per evitare il ripetersi. Abbiamo identificato il gene in questione e stiamo lavorando a vari metodi per ritardarlo “, ha affermato Ashish Mukhopadhyay, direttore del Subhas Netaji Cancer Research Institute (NSCRI).
L’istituto ha condotto due trials sperimentali e spera di iniziare un vero e proprio trial sulle pazienti entro la fine del 2011. Il gruppo di ricerca ha usato un enzima per bloccare il gene per la resistenza di platino . “Finora, abbiamo provato su un paio di pazienti e in entrambi i casi e’ stata evitata la ricaduta. E ‘ancora troppo presto per giungere ad una conclusione, ma i risultati suggeriscono che siamo sulla strada giusta. Speriamo di essere in grado di completare le basi per una vera e propria sperimentazione in meno di un anno da ora “, ha detto un membro del team di ricerca.

West Bengal riceve più di 2.000 pazienti resistenti al platino ogni anno. “E sarà davvero un vantaggio, non solo per questi pazienti, ma anche per milioni di altri che potrebbero trarre beneficio dalla terapia genica . La terapia genica è la strada da seguire per il trattamento di quelle forme di cancro che non possono essere trattate con la terapia cellulare. E ‘tempo di guardare oltre la chemioterapia e le ricerche come queste sono quello che ci serve “, ha detto Chinmay Bose, oncologo.

Sponsorizzato da un’agenzia, la ricerca deve ancora attraversare il primo stadio. “Stiamo mantenendo le dita incrociate”, ha detto Subrata Mondol, un membro del team insieme a Ruchi Lal, Feroz Gharami e Pritam Hazra.

- Ho contattato il Prof. Ashish Mukhopadhyay per ulteriori informazioni. Appena riceveremo la sua risposta, verra’ pubblicata nel sito

admin | 07.18.11 | Senza categoria, , , , , | No Comments |

- una nuova sperimentazione

Phoenix, Arizona (NAPSI) – I medici di tutto il mondo stanno reclutando donne con cancro ovarico ricorrente per partecipare a due nuovi studi di ricerca clinica denominati TRINOVA-1 e TRINOVA-2.

Anche se ci sono stati notevoli progressi nei trattamenti negli ultimi anni, spesso nelle donne trattate per carcinoma ovarico avanzato si verifica ancora una recidiva della malattia.

“Per le donne con carcinoma ovarico ricorrente, la partecipazione ad uno studio di ricerca clinica può essere un’opzione da considerare”, ha detto Bradley Monk, MD, ricercatore principale per lo studio-1 TRINOVA alla Catholic Healthcare West a Phoenix, AZ. “Le donne che partecipano a tali studi possono ricevere un farmaco sperimentale che può aiutare i ricercatori a trovare un nuovo modo per curare questa malattia.”

Lo scopo del TRINOVA-1 e TRINOVA-2 e’ di scoprire se l’aggiunta del farmaco sperimentale AMG 386 alla chemioterapia migliora la durata di tempo senza recidive della malattia rispetto al trattamento con sola chemioterapia.

AMG 386, sviluppato da Amgen, è un farmaco sperimentale nuovo conosciuto come un inibitore dell’angiogenesi. L’angiogenesi è il processo che l’organismo utilizza per far crescere nuovi vasi sanguigni che forniscono le cellule e gli organi con le sostanze nutritive e ossigeno di cui hanno bisogno per prosperare. Le cellule tumorali richiedono anche nuovi vasi sanguigni fornitura di ossigeno e nutrienti per permettere al tumore di crescere. Gli inibitori dell’angiogenesi sono progettati per bloccare lo sviluppo di questi vasi, affamando il cancro, rallenentando o prevenendo la crescita tumorale.

I partecipanti allo studio riceveranno un trattamento con chemioterapia più AMG 386 o la sola chemioterapia. Gli studi sono aperti alle donne con 18 anni di età o più , a cui sia stao diagnosticato con cancro ovarico ricorrente e siano gia’ state precedentemente trattate con chemioterapia per la gestione della loro malattia.

Partecipare a uno studio di ricerca clinica è una decisione volontaria e libera, che dovrebbe essere valutata e discussa con il proprio medico. Per ulteriori informazioni sui due nuovi studi di ricerca clinica, visita www.TRINOVAstudies.com.
I centri oncologici Italiani in cui verra’ iniziata la sperimentazione potete provarli qui

http://www.clinicaltrials.gov/ct2/show/study/NCT01204749?term=NCT01204749&rank=1&show_locs=Y#locn

admin | 07.18.11 | Senza categoria, , , , , , , | No Comments |

- Scoperto il meccanismo che regola l’aggressivita’ del tumore ovarico

Scoperto un nuovo meccanismo molecolare che è alla base dell’aggressività del carcinoma ovarico: questo il risultato di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) e del Programma di Medicina Molecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia, guidato da Ugo Cavallaro, in collaborazione con l’Unità di Ginecologia Oncologica Medica diretta da Nicoletta Colombo. Lo studio, finanziato da AIRC, è stato pubblicato ieri sulla versione on line della rivista scientifica EMBO Molecular Medicine.

“In questo lavoro descriviamo l’interazione tra la molecola NCAM e il recettore FGFR (recettore del fattore di crescita fibroblastico)”, spiega Cavallaro: “dall’osservazione in vitro e nei modelli animali abbiamo scoperto che l’espressione di NCAM nei tumori delle pazienti con carcinoma ovarico è direttamente collegata con il grado avanzato della malattia, dimostrando che quando questa molecola si lega al recettore FGFR le cellule tumorali diventano molto più invasive. Allo stesso modo, ‘spegnendo’ il gene che attiva NCAM nelle cellule di carcinoma ovarico, le loro proprietà maligne si riducono notevolmente.”

Inoltre i ricercatori hanno osservato, nell’animale, che un anticorpo capace di bloccare l’interazione tra NCAM e FGFR impedisce la disseminazione metastatica del carcinoma ovarico agli organi peritoneali, evidenziando così la possibilità di importanti future applicazioni terapeutiche.

“Poiché il carcinoma ovarico è uno dei tumori più temibili proprio a causa della disseminazione al peritoneo,” commenta Nicoletta Colombo, “ ed è anche uno dei meno conosciuti dal punto di vista dei fattori molecolari coinvolti, questo lavoro rappresenta un prezioso contributo alle conoscenze scientifiche di base e allo stesso tempo apre nuove prospettive anche sul piano clinico.”

Il tumore dell’ovaio è la prima causa di morte fra quelli ginecologici in tutti i Paesi sviluppati, e in Italia colpisce oltre 4.000 donne ogni anno. Nel 70% dei casi si manifesta già in fase avanzata, perché è una malattia poco sintomatica. Inoltre la diagnosi precoce avviene in modo casuale poiché non esistono ad oggi test di screening efficaci. Per far fronte a questa situazione e per tenere sempre alta l’attenzione su questo problema femminile ancora in gran parte irrisolto, è nato nel 2008 allo IEO il primo Centro di Alta Specializzazione per il Tumore dell’Ovaio in Italia, diretto da Nicoletta Colombo.

“Il Programma di Medicina Molecolare dell’Istituto Europeo di Oncologia” conclude Cavallaro, “si focalizza su diversi progetti di ricerca translazionale e sulla creazione di un’efficace interfaccia tra ricerca di base e attività clinica. L’obiettivo è aprire la strada a nuove strategie diagnostiche e terapeutiche personalizzate, cioè disegnate in base alla caratteristiche specifiche del singolo paziente, così da aumentarne l’efficacia e diminuirne gli effetti indesiderati.”

Per informazioni, Ufficio Stampa:
Tel.: +39.02.89075019

admin | 07.13.11 | Senza categoria, , , , | 2 Comments |

- Bevacizumab….guadagnare tempo

CHICAGO – Il tumore all’ovaio, purtroppo, resta un avversario ostico e nonostante i molti sforzi compiuti non è ancora sconfitto. I numeri non lasciano scampo: con circa 5mila nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia e 3.400 decessi, la sopravvivenza a cinque anni delle donne è inferiore al 30 per cento. Mentre le ricerche di nuovi farmaci efficaci continuano, ci sono però piccoli progressi da registrare. L’obiettivo attuale (in attesa di poter mirare alla guarigione, che si ottiene in quasi il 90 per cento delle donne con un carcinoma scoperto al primo stadio) è quello di cronicizzare la malattia: ripetere vari cicli di chemioterapia, sapendo che in sette casi su dieci il cancro si ripresenta dopo un certo periodo. «Sono piccoli passi avanti in un’ottica generale, ma importanti per le pazienti perchè consentono di guadagnare mesi di libertà fra un ciclo di cure e l’altro» dice Nicoletta Colombo, direttore dell’Unità di ginecologia oncologica all’Istituto europeo di oncologia di Milano, commentando i dati di due nuovi studi presentati al congresso di oncologia Asco (American Society of Clinical Oncology)a Chicago.

LO STUDIO – E’ in questi casi che, secondo uno studio presentato all’Asco e condotto su 484 donne con carcinoma ricorrente, la combinazione di bevacizumab e chemioterapia (carboplatino e gemcitamina) seguita da terapia di mantenimento con solo bevacizumab si è dimostrata in grado di dimezzare il rischio di progressione della malattia. In pratica, la recidiva si è presentata dopo oltre un anno (12,4 mesi) rispetto ai circa 8 mesi (8,4) che si riescono a guadagnare con la sola chemioterapia: «Quattro mesi in più senza cure e lontano dall’ospedale hanno un loro peso per le pazienti – aggiunge Colombo -. Senza contare che se la chemioterapia si somministra più tardi in genere è più efficace, quindi ci possiamo aspettare anche un aumento della sopravvivenza tout court».

PREVENZIONE E’ ANDARE DAL GINECOLOGO – L’aggiunta di bevacizumab alla chemioterapia tradizionale con carboplatino e paclitaxel sarebbe poi utile (stando agli esiti di un altro trial con 1.528 partecipanti) anche nei casi di tumore ovarico appena diagnosticato, soprattutto quando la malattia è particolarmente aggressiva. Possibile che non si possa davvero far nulla per prevenire questa neoplasia? «Ecco ciò che sappiamo – conclude l’esperta -: viene diagnosticata soprattutto nelle donne in post-menopausa, specie fra i 50 e i 60 anni di età; le persone con una storia familiare di cancro al seno o ovarico hanno più probabilità di ammalarsi; soprappeso e fumo espongono a un rischio maggiore. Infine, per ora, la visita annuale dal ginecologo resta l’unica prevenzione sensata».

admin | 07.13.11 | Senza categoria, , , , , | No Comments |