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LETTERA APERTA

30 aprile 2010 Oggi nasce questo sito. Nasce grazie all’aiuto di tante persone, ma e’ dedicato a mia madre. E a tutte le donne che spero possano trovarvi un aiuto e un conforto . Quando mia madre scopri’ di avere un cancro alle ovaie, era ad uno stadio avanzato. Eppure affronto’ la malattia con immenso coraggio, con speranza e soprattutto si abbandono’ con fiducia a noi. Io, mio fratello e mia sorella abbiamo passato giorni e notti a contattare dottori in ogni parte del mondo, a leggere testi di medicina, a sperare per ogni suo piccolo miglioramento. Eppure la sua forza nasceva solo dalla nostra vicinanza. Eravamo tutti malati di cancro e tutti ci curavamo con lei. In mezzo a tanta sofferenza, abbiamo vissuto anche momenti intensi, di felicita’ e di ritrovata quotidianita’ che fanno oggi parte dei nostri ricordi piu’ cari. Mamma se ne e’ andata un anno fa, in una fredda notte di febbraio piena di stelle. In modi diversi, in momenti diversi ma ci manca ancora tanto. E ci manchera’ sempre. Pero’ lei sono sicura che avrebbe voluto mettere la sua esperienza di vita e di malata al servizio delle altre donne. Di quelle che stanno affrontando la malattia e quelle che invece dovrebbero almeno essere consapevoli di cosa sia questa brutta bestia silenziosa che si annida nel corpo femminile e non si fa scoprire. Noi abbiamo tanti sensi di colpa perche’ non ci siamo accorti che lentamente mia madre stava precipitando nella malattia. Ma e’ anche vero che non conoscevamo niente del carcinoma ovarico e poco se ne parla per aiutare le donne a prevenirlo. Ecco….lo scopo di questo sito e’ tutto qui: informare, aiutare e permettere a tutte le donne, da Aosta a Siracusa di scambiarsi attraverso il forum le loro opinioni, i tipi di cura, le frustrazioni, le speranze e le gioie della guarigione. Perche’ si puo’ guarire! E se questo sito servira’ anche solo a portare un sorriso ad una sola di voi, mia madre sara’ fiera di quello che ho fatto. Vi abbraccio forte e iniziamo!!!! Uso le ultime parole di mia madre per iniziare un cammino insieme a voi: FORZA E CORAGGIO! Moira

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un appello

non posso assumermi la responsabilita legale di questa richiesta, ma vista la “drammaticita” del caso, mi sembra umanamente giusto postare un appello.

Una signora di Bari chiede se qualcuno di voi ha dosi avanzate di olaparib o niraparib per suo padre che ha una carcinosi peritoneale per la quale i protocolli standard non prevedono parp inibitori ma studi clinici dimostrano che siano efficaci su questa neoplasia. L’uso compassionevole e’ molto complicato.

Chi vuole puo’ scrivere a me m_paoletti@hotmail.it

grazie

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IL PASCALE DI NAPOLI E IL “MITO” – BEVACIZUMAB

L’aggiunta di una particolare molecola alla chemioterapia, in pazienti con cancro all’ovaio in stadio avanzato, rallenta in modo significativo la progressione della malattia. Lo dimostra lo studio Mito, a guida italiana, presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco). Lo studio, finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e anche dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e che ha coinvolto 80 centri italiani ed alcuni esteri, è coordinato dall’Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli ed è stato effettuato su un campione di 400 pazienti. L’obiettivo, spiega Sandro Pignata, oncologo medico al Pascale e responsabile dello studio, “era valutare se il farmaco anti-angiogenetico bevacizumab, che blocca la crescita dei vasi sanguigni che alimentano il tumore, avesse efficacia se aggiunto alla chemioterapia anche nelle pazienti in stadio avanzato e con recidive di malattia che lo avevano ricevuto già in prima linea, ovvero dopo l’intervento chirurgico”. Il risultato, afferma, “è significativo: si è dimostrato che l’aggiunta di tale molecola determina il prolungamento del tempo di sopravvivenza libero dalla malattia. Il farmaco, cioe’, ritarda in media di 4 mesi la ricomparsa della malattia rispetto al trattamento con la sola chemioterapia”.

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Grazie Paolo!!!!

ciao a tutti!

avete visto?? siamo riusciti a dare una veste nuova al nostro sito.  Ne aveva bisogno e non solo dal punto di vista dell’aspetto, ma anche per l’impostazione del blog, la sicurezza, i post che comparivano e scomparivano.

Ma siccome non ho risorse per sistemarlo,  speravo in un angelo…,, ed e’ arrivato!!!!  

Paolo, fratello di mamma78, si e’ offerto di rifare il sito ! E con un’infinita pazienza (perche’ io non ci capisco niente) e’ riuscito a fare un lavoro meraviglioso. Non ha chiesto niente in cambio e vi assicuro che di lavoro ne ha fatto tanto, soprattutto per non perdere tutte le notizie di archivio e i post del vecchio blog che sono sempre utilissimi. 

Adesso, dopo settimane di lavoro (suo !)  e di inattivita (mia) dobbiamo risalire la china sull’indicizzazione di google. Non e’ affatto una gara con gli altri siti che parlano di tumore ovarico. Ma se siamo in terza pagina , difficilmente qualcuno arrivera’ a leggerci.  Io ce la metto tutta. Paolo ha fatto un lavoro egregio e non so come ringraziarlo se non assicurandogli che il suo aiuto e’ e sara’ prezioso per tante donne.

vi abbraccio tutte! vi voglio bene! 

GRAZIE PAOLO!!!!

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Al via la sperimentazione del vaccino direttamente sul tumore

 
 

Vaccino anti-cancro: alla Stanford al via trial sull’uomo

Si inietta direttamente all’interno del tumore. Questo determina la super-attivazione dei linfociti T già presenti nel tumore e ‘abituati’ a riconoscerne la sua carta d’identità proteica In questo modo è il sistema immunitario del paziente che distrugge sia le cellule del tumore primitivo che quelle delle metastasi a distanza. Nei topi ha funzionato. Pochi giorni fa è partito il primo trial nell’uomo

05 FEB – Torna alla ribalta l’argomento vaccino anti-cancro e questa volta le buone notizie vengono dalla Stanford University School of Medicine, uno di centri più prestigiosi degli Usa.
 
Gli scienziati americani hanno dimostrato su modello animale (il topo) che l’iniezione di piccole quantità di due agenti immuno-stimolanti direttamente all’interno di un tumore solido, grazie all’attivazione dei linfociti T,sarebbe in grado di eliminare ogni traccia del tumore, anche a livello delle metastasi a distanza.
 
E’ una specie di ‘vaccino anti-cancro’ in grado di funzionare su vari tipi di tumore e per giunta relativamente economico. Gli autori dello studio, pubblicato su Science Translational Medicine –  assicurano inoltre che questo approccio è del tutto privo degli effetti indesiderati osservati con altre forme di stimolazione di immunoterapia.
 
“Questo tipo di approccio – spiega Ronald Levy, professore di oncologia alla Stanford e uno dei pionieri nell’immunoterapia oncologica–bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario del paziente, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente (come avviene nella terapia a cellule CAR-T)”.

 

 
Uno dei due agenti utilizzati nel metodo Stanford è già approvato per l’uso nell’uso; l’altro è stato testato in diversi trial (non correlati a questo) sull’uomo. E dopo i successi negli studi sui topi, a gennaio è partito uno studio per vagliare l’effetto di questo trattamento rivoluzionario su un gruppo di pazienti con linfoma.
 
“Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia – commenta Levy – stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie, solo all’interno del tumore. Nel topo abbiamo osservato degli effetti incredibili sul tumore, estesi anche alle metastasi, che scompaiono del tutto”.
Il metodo Levy consente di riattivare i linfociti T specifici del tumore iniettando quantità infinitesimali di due agenti,direttamente all’interno del tumore. Gli ‘agenti’ in questione sono l’oligonucleotideCpG, una breve sequenza di DNA, che amplifica l’espressione di un recettore attivante (l’OX40) sullasuperficie delle cellule T. L’altro è un anticorpo che legandosi all’OX40, attiva le cellule T e le scatena contro le cellule tumorali.
 
Dato che i due agenti sono iniettati direttamente nel tumore, ad essere attivate sono solo le cellule T infiltranti il tumore. Questi linfociti infiltranti il tumore peraltro è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico solo le proteine associate al tumore. Una volta attivati, alcuni di questi linfociti T lasciano il tumore primitivo per andare a riconoscere  e a distruggere le altre cellule tumorali in giro per il corpo. Questo è almeno quanto è stato osservato negli animali da esperimento ed ha funzionato in 87 su 90 dei topi sottoposti a questo trattamento. In tre animali, il cancro si è ripresentato, per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento.
Il ‘vaccino’ è stato testato su modelli sperimentali di topi con linfoma, melanoma, cancro della mammella e del colon e sembra funzionare in tutti questi contesti.
 
“Si tratta di un approccio veramente a target – spiega Levy – ma con questo sistema attacchiamo dei target specifici senza dover andare ad individuare esattamente quali proteine le cellule T attivate stanno riconoscendo.”
 
Il trial clinico appena varato interesserà 15 pazienti con linfoma di basso grado; se anche l’uomo questo approccio si mostrerà valido, secondo Levy potrebbe funzionare su diversi tipi di tumore. La possibile applicazione clinica nell’uomo, preconizzata da questo pioniere dell’immunoterapia (tra l’altro gli studi condotti nel laboratorio di Levy hanno consentito di portare alla messa a punto del rituximab), prevede l’iniezione dei due agenti all’interno del tumore primitivo, prima dell’intervento chirurgico, per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. Altro possibile campo di applicazione è nello scongiurare lo sviluppo di futuri tumori dovuti alle mutazioni genetiche BRCA1 e 2.
 
“Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie- afferma Levy – ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare”

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– Promettente la combinazione di varie terapie

I ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center hanno dimostrato che affetti da tumore ovarico che hanno ricevuto farmaci per riattivare i geni dormienti insieme ad altri farmaci che attivano il sistema immunitario hanno una maggiore riduzione  tumorale e una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto a quelli che hanno ricevuto uno qualsiasi dei farmaci. Lo studio ha già dato stimolo per  una sperimentazione clinica in pazienti con carcinoma ovarico. I  ricercatori, guidati da Meredith Stone, Ph.D ,  Kate Chiappinelli e  Cynthia Zahnow credono che potrebbe portare ad un nuovo modo di attaccare il cancro ovarico rafforzando la risposta immunitaria naturale del corpo contro questi tumori. I risultati della ricerca sono stati pubblicati  nel numero del 4 dicembre 2017 degli Atti della National Academy of Sciences.

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IL K.O. SI SVILUPPA OLTRE SEI ANNI PRIMA NELLE TUBE

Il tumore dell’ovaio, nella sua forma più diffusa, inizia a svilupparsi sei anni e mezzo prima di diventare quel nemico silenzioso ma molto aggressivo che diverse donne conoscono e che può diventare mortale. Si forma nelle tube di Falloppio, come forma tumorale che gia’ contiene in se’ le modifiche del Dna necessarie allo sviluppo della patologia, per poi, quando raggiunge le ovaie, progredire alla forma metastatica in tempo piu’ breve, appena due anni.

Emerge da una ricerca guidata dal Johns Hopkins Kimmel Cancer Center, pubblicata su Nature Communications. Lo studio, che ha permesso di tracciare un ‘albero dell’evoluzione’della malattia, e’ stato svolto su campioni di tessuto di 9 donne: in cinque di loro si trattava di cellule normali, tumori ovarici, metastasi e neoplasie nelle tube di Falloppio e in quattro , sottoposte alla rimozione di ovaie e tube a causa di mutazioni genetiche ereditarie nel gene BRCA (il cosiddetto gene Jolie) o della presenza di una massa pelvica, di lesioni pretumorali e cellule normali.

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– TERAPIA GENICA APPROVATA NEGLI USA

pubblico questo articolo comparso oggi sul Corriere della Sera non perche’ ci interessi direttamente, visto che riguarda la cura del linfona, ma perche’ fa da apripista a quella che sara’ sicuramente la nuova frontiera delle terapie oncologiche.

In realta’ giorni fa anche la Novartis aveva ufficializzato il costo della sua terapia sui linfociti T (http://www.onclive.com/web-exclusives/novartis-sets-a-price-of-475000-for-car-tcell-therapy)

La Food and Drug Administration statunitense ha autorizzato una nuova classe di terapia genetica per trasformare le cellule del sistema immunitario (linfociti) del paziente in spietati killer del cancro. La terapia, chiamata «Yescarta» e prodotta dalla Kite Pharma è stata autorizzata dall’Fda(corrispettivo della nostra Agenzia Italiana del Farmaco) per gli adulti affetti da linfoma non-Hodgkin (il più diffuso tumore del sangue) che sono stati già sottoposti ad almeno due trattamenti chemioterapici senza alcun beneficio. Secondo i ricercatori il trattamento genetico trasforma le cellule del paziente in «un farmaco vivente» che attacca le cellule cancerogene. Si tratta di un nuovo sviluppo della promettente ricerca nel settore dell’immunoterapia, che usa farmaci o modifiche genetiche per rafforzare il sistema immunitario e potenziarlo nel reagire contro il cancro.

CAR- T therapy: una sorta di auto-trapianto potenziato

La CAR-T therapy, come viene chiamato questo filone di immunoterapia, è stata al centro dell’attenzione della comunità scientifica anche lo scorso dicembre 2016 a San Diego, in California, durante il congresso annuale della Società Americana di Ematologia (Ash) , tra i più importanti appuntamenti mondiali. «È una sorta di «auto-trapianto manipolato», che finora si è dimostrato efficace soprattutto nei bambini – spiega Fabrizio Pane, presidente della Società Italiana di Ematologia -. Può durare per sempre, portando il paziente a una guarigione completa, ma anche essere letale perché non si tratta di somministrare semplicemente un farmaco bensì di una procedura assai complessa che va fatta solo in centri altamente specializzati». Di cosa si tratta nello specifico? «Il termine T-CAR nasce dai linfociti T – chiarisce Pane -, principali artefici della risposta immunitaria contro il tumore, e dall’inglese chimeric antigen receptor, ovvero recettore antigene-specifico chimerico. Con un semplice prelievo di sangue si prendono dal malato i linfociti T, che vengono poi maneggiati in laboratorio per equipaggiarli con potenti “munizioni” che potenziano il sistema immunitario. Con tecniche di ingegneria genetica, ai linfociti T si lega un vittore virale che è in grado di riconoscere e uccidere specificamente le cellule cancerose. E poi vengono re-infusi nel paziente».

Dare una speranza a chi non ha più cure disponibili

Finora questa strategia ha dato esiti molto incoraggianti contro linfomi aggressivi e indolenti e anche su diverse forme di leucemia e mieloma, in adulti e bambini. «La prudenza è d’obbligo – sottolinea Paolo Corradini, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Onco-ematologia dell’Università degli Studi di Milano -, perché per ora si è sempre trattato di sperimentazioni su piccoli numeri di pazienti che richiedono conferme, ma gli esiti sono davvero promettenti. Soprattutto perché si parla di offrire una possibilità di cura a chi ha già tentato tutto quello finora disponibile, senza successo».

Può portare a guarigione, ma anche essere letale

Sebbene la cura si sia dimostrata straordinariamente efficace, dalle sperimentazioni è emerso che possono insorgere effetti collaterali anche molto gravi che hanno anche portato al decesso di alcuni malati: «La grande potenza e velocità di azione dei linfociti T re-infusi può creare violente reazioni nell’organismo dei pazienti – illustra Corradini, che è anche direttore del Dipartimento di Ematologia e Onco-ematologia pediatrica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano -, che possono essere gestite, purché si abbiano medici con specifiche approfondite competenze. Ecco perché servono centri di grande esperienza». Sono circa 10.200 i nuovi casi di linfoma non Hodgkin diagnosticati ogni anno in Italia, che rappresentano un gruppo molto eterogeneo, si distinguono in forme aggressive e forme indolenti, e hanno modalità di presentazione, decorso e prognosi assai diverse tra loro. «In media, circa il 60 per cento dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi – conclude Pane – ma l’immunoterapia, con le cosiddette CAR-T cells, apre nuove prospettive proprio per i malati più sfortunati quelli ai quali restano pochi mesi di vita».

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IMMUNOTERAPIA- A SIENA IL PRIMO CENTRO EUROPEO

Era il 1900 quando Paul Ehrlich, il microbiologo tedesco fondatore della chemioterapia, suggerì per la prima volta l’idea che alcune molecole all’interno dell’organismo possano essere in grado di combattere i tumori. Poco più di un secolo dopo è stato inaugurata proprio in Italia, a Siena, la prima struttura in Europa interamente dedicata alla cura dei tumori con l’immunoterapia, ovvero la pratica di sfruttare e stimolare le difese naturali del corpo a reagire contro l’«invasione» delle cellule cancerose.L’annuncio è stato dato nei giorni scorsi durante nell’ambito del XV congresso internazionale del NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori), durante il quale i maggiori esperti internazionali in immuno-oncologia hanno fatto il punto su quella che viene ormai considerata la quarta arma nella lotta al cancro, accanto a chirurgia, radio e chemioterapia.

Dott. Michele Di Maio

Il CIO, in una sola realtà ricerca e pratica clinica
La nuova struttura, con sede a Siena, si chiama CIO (Centro di Immuno-Oncologia): a regime occuperà una superficie complessiva di circa 1.250 metri quadri e nasce con l’obiettivo di unire i ricercatori pre-clinici e clinici in un’unica realtà operativa per dare vita a nuove strategie nella lotta contro il cancro. Solo nel 2017 si prevede che al CIO afferiranno circa 3mila nuovi pazienti e il 75 per cento di quelli in terapia verrà inserito in studi clinici. Al momento sono attive presso il CIO circa 40 sperimentazioni di immunoterapia in tumori di tipo diverso, dagli studi di fase I a quelli di fase III, l’ultima prima che un farmaco venga immesso in commercio. Il CIO ha quattro anime fondamentali: un reparto clinico di Immunoterapia Oncologica, un laboratorio traslazionale ottimizzato per svolgere tutte le attività indispensabili a supporto dei programmi di sperimentazione clinica, laboratori destinati alla ricerca di base (pre-clinica) e una sezione dedicata alle sperimentazioni di fase I e II.

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– NIRAPARIB

Cosi ci ha scritto ieri la Dott.ssa Claudia Rigamonti, Medical Director di Tesaro.

Carissima Moira,

Sono lieta di informarLa che l’European Medicines Agency’s Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP) ha espresso opinione favorevole alla marketing authorization application per ZEJULA/niraparib come monoterapia di mantenimento di pazienti adulte con carcinoma dell’ovaio platino sensibile, indipendentemente dalla mutazione dei geni BRCA e lo stato di biomarcatori.

Per maggiori informazioni e l’indicazione precisa La invito a consultare il link al sito EMA http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/Summary_of_opinion_-_Initial_authorisation/human/004249/WC500234797.pdf

Siamo grati per il sostegno e la dedizione dei pazienti, degli operatori sanitari, medici e infermieri che partecipano ai nostri studi clinici. Siamo orgogliosi di condividere con te questo progresso eccitante per le donne che affrontano con coraggio il cancro ovarico.

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