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Tumori dell’ovaio, scoperto il meccanismo di resistenza ai farmaci

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Ricercatori dell’Università di Campobasso individuano una proteina-chiave, l’ ERp57

 

MILANO – Aggirare e sconfiggere la farmaco-resistenza che si crea nelle cellule tumorali: è quanto sono riusciti a fare alcuni ricercatori italiani dell’università Cattolica di Campobasso e della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma nel caso del carcinoma ovarico, che hanno individuato un nuovo meccanismo biologico attraverso il quale le cellule maligne riescono a opporsi a uno dei medicinali più usati per questa patologia, il paclitaxel. «Nonostante una buona risposta alla chirurgia e alla fase iniziale della chemioterapia, in molti casi assistiamo a un fallimento in termini di efficacia dei farmaci antitumorali – spiegano Lucia Cicchillitti e Michela di Michele, autrici dello studio pubblicato in questi giorni sulla rivista scientifica Journal of Proteome Research -. Il tumore sembra diventare indifferente e torna a essere aggressivo. Ecco perché il nostro principale obiettivo in questo momento è quello di capire i meccanismi biologici che stanno alla base della resistenza al paclitaxel». A questo scopo i ricercatori hanno fatto ricorso alla proteomica, una scienza relativamente giovane che studia i processi attraverso i quali l’insieme delle proteine di una cellula, una volta formate a partire dall’informazione genetica, vengono modificate ed adattate alla loro funzione. Si sono concentrati sulle proteine che sono maggiormente coinvolte nella resistenza al farmaco, in particolare la disulfide isomerasi ERp57, che può rappresentare un valido biomarcatore. E che interagisce con un’altra proteina – la tubulina di classe tre (TUBB3) – anch’essa dimostratasi attiva nell’opposizione al paclitaxel nel carcinoma ovarico, ma anche in altri tipi di tumore. Gli scienziati hanno così scoperto che il legame tra le due proteine è più evidente nel nucleo della cellula, fatto finora sconosciuto.

 

BENEFICI – Comprendere meglio i meccanismi della farmaco-resistenza significa arrivare a distinguere, prima di iniziare la cura, le pazienti che possono trarne beneficio e quali no, evitando così trattamenti inefficaci. Nel trattamento dei tumori ovarici, infatti, la chemioterapia svolge un ruolo cruciale perché ad oggi non è possibile individuare le donne che presentano un rischio più elevato di sviluppare questa neoplasia, quindi è assai difficili per i medici poter fare prevenzione mirata. Inoltre i sintomi, nelle fasi iniziali, sono praticamente inesistenti. La diagnosi, dunque, è spesso tardiva e, di fronte a una malattia in fase avanzata, il solo intervento chirurgico non è sufficiente.

 

Vera Martinella (Fondazione Veronesi)

PS: la notizia e’ del 2009 ma vale la pena approfondire. Scrivero’ anche alla Dott.ssa Martinella!

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