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IL PASCALE DI NAPOLI E IL “MITO” – BEVACIZUMAB

L’aggiunta di una particolare molecola alla chemioterapia, in pazienti con cancro all’ovaio in stadio avanzato, rallenta in modo significativo la progressione della malattia. Lo dimostra lo studio Mito, a guida italiana, presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco). Lo studio, finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e anche dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e che ha coinvolto 80 centri italiani ed alcuni esteri, è coordinato dall’Istituto nazionale tumori Pascale di Napoli ed è stato effettuato su un campione di 400 pazienti. L’obiettivo, spiega Sandro Pignata, oncologo medico al Pascale e responsabile dello studio, “era valutare se il farmaco anti-angiogenetico bevacizumab, che blocca la crescita dei vasi sanguigni che alimentano il tumore, avesse efficacia se aggiunto alla chemioterapia anche nelle pazienti in stadio avanzato e con recidive di malattia che lo avevano ricevuto già in prima linea, ovvero dopo l’intervento chirurgico”. Il risultato, afferma, “è significativo: si è dimostrato che l’aggiunta di tale molecola determina il prolungamento del tempo di sopravvivenza libero dalla malattia. Il farmaco, cioe’, ritarda in media di 4 mesi la ricomparsa della malattia rispetto al trattamento con la sola chemioterapia”.

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Grazie Paolo!!!!

ciao a tutti!

avete visto?? siamo riusciti a dare una veste nuova al nostro sito.  Ne aveva bisogno e non solo dal punto di vista dell’aspetto, ma anche per l’impostazione del blog, la sicurezza, i post che comparivano e scomparivano.

Ma siccome non ho risorse per sistemarlo,  speravo in un angelo…,, ed e’ arrivato!!!!  

Paolo, fratello di mamma78, si e’ offerto di rifare il sito ! E con un’infinita pazienza (perche’ io non ci capisco niente) e’ riuscito a fare un lavoro meraviglioso. Non ha chiesto niente in cambio e vi assicuro che di lavoro ne ha fatto tanto, soprattutto per non perdere tutte le notizie di archivio e i post del vecchio blog che sono sempre utilissimi. 

Adesso, dopo settimane di lavoro (suo !)  e di inattivita (mia) dobbiamo risalire la china sull’indicizzazione di google. Non e’ affatto una gara con gli altri siti che parlano di tumore ovarico. Ma se siamo in terza pagina , difficilmente qualcuno arrivera’ a leggerci.  Io ce la metto tutta. Paolo ha fatto un lavoro egregio e non so come ringraziarlo se non assicurandogli che il suo aiuto e’ e sara’ prezioso per tante donne.

vi abbraccio tutte! vi voglio bene! 

GRAZIE PAOLO!!!!

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Al via la sperimentazione del vaccino direttamente sul tumore

 
 

Vaccino anti-cancro: alla Stanford al via trial sull’uomo

Si inietta direttamente all’interno del tumore. Questo determina la super-attivazione dei linfociti T già presenti nel tumore e ‘abituati’ a riconoscerne la sua carta d’identità proteica In questo modo è il sistema immunitario del paziente che distrugge sia le cellule del tumore primitivo che quelle delle metastasi a distanza. Nei topi ha funzionato. Pochi giorni fa è partito il primo trial nell’uomo

05 FEB – Torna alla ribalta l’argomento vaccino anti-cancro e questa volta le buone notizie vengono dalla Stanford University School of Medicine, uno di centri più prestigiosi degli Usa.
 
Gli scienziati americani hanno dimostrato su modello animale (il topo) che l’iniezione di piccole quantità di due agenti immuno-stimolanti direttamente all’interno di un tumore solido, grazie all’attivazione dei linfociti T,sarebbe in grado di eliminare ogni traccia del tumore, anche a livello delle metastasi a distanza.
 
E’ una specie di ‘vaccino anti-cancro’ in grado di funzionare su vari tipi di tumore e per giunta relativamente economico. Gli autori dello studio, pubblicato su Science Translational Medicine –  assicurano inoltre che questo approccio è del tutto privo degli effetti indesiderati osservati con altre forme di stimolazione di immunoterapia.
 
“Questo tipo di approccio – spiega Ronald Levy, professore di oncologia alla Stanford e uno dei pionieri nell’immunoterapia oncologica–bypassa la necessità di individuare dei target immunitari specifici per ogni tumore e non richiede né l’attivazione globale del sistema immunitario del paziente, né la manipolazione delle cellule immunitarie del paziente (come avviene nella terapia a cellule CAR-T)”.

 

 
Uno dei due agenti utilizzati nel metodo Stanford è già approvato per l’uso nell’uso; l’altro è stato testato in diversi trial (non correlati a questo) sull’uomo. E dopo i successi negli studi sui topi, a gennaio è partito uno studio per vagliare l’effetto di questo trattamento rivoluzionario su un gruppo di pazienti con linfoma.
 
“Tutti i progressi fatti nel campo dell’immunoterapia – commenta Levy – stanno rivoluzionando la pratica clinica in oncologia. Il nostro approccio si avvale di un’unica somministrazione di piccolissime quantità di due agenti in grado di stimolare le cellule immunitarie, solo all’interno del tumore. Nel topo abbiamo osservato degli effetti incredibili sul tumore, estesi anche alle metastasi, che scompaiono del tutto”.
Il metodo Levy consente di riattivare i linfociti T specifici del tumore iniettando quantità infinitesimali di due agenti,direttamente all’interno del tumore. Gli ‘agenti’ in questione sono l’oligonucleotideCpG, una breve sequenza di DNA, che amplifica l’espressione di un recettore attivante (l’OX40) sullasuperficie delle cellule T. L’altro è un anticorpo che legandosi all’OX40, attiva le cellule T e le scatena contro le cellule tumorali.
 
Dato che i due agenti sono iniettati direttamente nel tumore, ad essere attivate sono solo le cellule T infiltranti il tumore. Questi linfociti infiltranti il tumore peraltro è come se fossero già stati pre-selezionati dall’organismo per riconoscere in modo specifico solo le proteine associate al tumore. Una volta attivati, alcuni di questi linfociti T lasciano il tumore primitivo per andare a riconoscere  e a distruggere le altre cellule tumorali in giro per il corpo. Questo è almeno quanto è stato osservato negli animali da esperimento ed ha funzionato in 87 su 90 dei topi sottoposti a questo trattamento. In tre animali, il cancro si è ripresentato, per poi scomparire definitivamente ripetendo un secondo ciclo di trattamento.
Il ‘vaccino’ è stato testato su modelli sperimentali di topi con linfoma, melanoma, cancro della mammella e del colon e sembra funzionare in tutti questi contesti.
 
“Si tratta di un approccio veramente a target – spiega Levy – ma con questo sistema attacchiamo dei target specifici senza dover andare ad individuare esattamente quali proteine le cellule T attivate stanno riconoscendo.”
 
Il trial clinico appena varato interesserà 15 pazienti con linfoma di basso grado; se anche l’uomo questo approccio si mostrerà valido, secondo Levy potrebbe funzionare su diversi tipi di tumore. La possibile applicazione clinica nell’uomo, preconizzata da questo pioniere dell’immunoterapia (tra l’altro gli studi condotti nel laboratorio di Levy hanno consentito di portare alla messa a punto del rituximab), prevede l’iniezione dei due agenti all’interno del tumore primitivo, prima dell’intervento chirurgico, per prevenire la diffusione metastatica del tumore e le sue recidive. Altro possibile campo di applicazione è nello scongiurare lo sviluppo di futuri tumori dovuti alle mutazioni genetiche BRCA1 e 2.
 
“Nella misura in cui sia presente un infiltrato di cellule immunitarie- afferma Levy – ritengo che non ci sia limite alla tipologia di tumore che saremo potenzialmente in grado di trattare”

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– Promettente la combinazione di varie terapie

I ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center hanno dimostrato che affetti da tumore ovarico che hanno ricevuto farmaci per riattivare i geni dormienti insieme ad altri farmaci che attivano il sistema immunitario hanno una maggiore riduzione  tumorale e una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto a quelli che hanno ricevuto uno qualsiasi dei farmaci. Lo studio ha già dato stimolo per  una sperimentazione clinica in pazienti con carcinoma ovarico. I  ricercatori, guidati da Meredith Stone, Ph.D ,  Kate Chiappinelli e  Cynthia Zahnow credono che potrebbe portare ad un nuovo modo di attaccare il cancro ovarico rafforzando la risposta immunitaria naturale del corpo contro questi tumori. I risultati della ricerca sono stati pubblicati  nel numero del 4 dicembre 2017 degli Atti della National Academy of Sciences.

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– TERAPIA GENICA APPROVATA NEGLI USA

pubblico questo articolo comparso oggi sul Corriere della Sera non perche’ ci interessi direttamente, visto che riguarda la cura del linfona, ma perche’ fa da apripista a quella che sara’ sicuramente la nuova frontiera delle terapie oncologiche.

In realta’ giorni fa anche la Novartis aveva ufficializzato il costo della sua terapia sui linfociti T (http://www.onclive.com/web-exclusives/novartis-sets-a-price-of-475000-for-car-tcell-therapy)

La Food and Drug Administration statunitense ha autorizzato una nuova classe di terapia genetica per trasformare le cellule del sistema immunitario (linfociti) del paziente in spietati killer del cancro. La terapia, chiamata «Yescarta» e prodotta dalla Kite Pharma è stata autorizzata dall’Fda(corrispettivo della nostra Agenzia Italiana del Farmaco) per gli adulti affetti da linfoma non-Hodgkin (il più diffuso tumore del sangue) che sono stati già sottoposti ad almeno due trattamenti chemioterapici senza alcun beneficio. Secondo i ricercatori il trattamento genetico trasforma le cellule del paziente in «un farmaco vivente» che attacca le cellule cancerogene. Si tratta di un nuovo sviluppo della promettente ricerca nel settore dell’immunoterapia, che usa farmaci o modifiche genetiche per rafforzare il sistema immunitario e potenziarlo nel reagire contro il cancro.

CAR- T therapy: una sorta di auto-trapianto potenziato

La CAR-T therapy, come viene chiamato questo filone di immunoterapia, è stata al centro dell’attenzione della comunità scientifica anche lo scorso dicembre 2016 a San Diego, in California, durante il congresso annuale della Società Americana di Ematologia (Ash) , tra i più importanti appuntamenti mondiali. «È una sorta di «auto-trapianto manipolato», che finora si è dimostrato efficace soprattutto nei bambini – spiega Fabrizio Pane, presidente della Società Italiana di Ematologia -. Può durare per sempre, portando il paziente a una guarigione completa, ma anche essere letale perché non si tratta di somministrare semplicemente un farmaco bensì di una procedura assai complessa che va fatta solo in centri altamente specializzati». Di cosa si tratta nello specifico? «Il termine T-CAR nasce dai linfociti T – chiarisce Pane -, principali artefici della risposta immunitaria contro il tumore, e dall’inglese chimeric antigen receptor, ovvero recettore antigene-specifico chimerico. Con un semplice prelievo di sangue si prendono dal malato i linfociti T, che vengono poi maneggiati in laboratorio per equipaggiarli con potenti “munizioni” che potenziano il sistema immunitario. Con tecniche di ingegneria genetica, ai linfociti T si lega un vittore virale che è in grado di riconoscere e uccidere specificamente le cellule cancerose. E poi vengono re-infusi nel paziente».

Dare una speranza a chi non ha più cure disponibili

Finora questa strategia ha dato esiti molto incoraggianti contro linfomi aggressivi e indolenti e anche su diverse forme di leucemia e mieloma, in adulti e bambini. «La prudenza è d’obbligo – sottolinea Paolo Corradini, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Onco-ematologia dell’Università degli Studi di Milano -, perché per ora si è sempre trattato di sperimentazioni su piccoli numeri di pazienti che richiedono conferme, ma gli esiti sono davvero promettenti. Soprattutto perché si parla di offrire una possibilità di cura a chi ha già tentato tutto quello finora disponibile, senza successo».

Può portare a guarigione, ma anche essere letale

Sebbene la cura si sia dimostrata straordinariamente efficace, dalle sperimentazioni è emerso che possono insorgere effetti collaterali anche molto gravi che hanno anche portato al decesso di alcuni malati: «La grande potenza e velocità di azione dei linfociti T re-infusi può creare violente reazioni nell’organismo dei pazienti – illustra Corradini, che è anche direttore del Dipartimento di Ematologia e Onco-ematologia pediatrica dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano -, che possono essere gestite, purché si abbiano medici con specifiche approfondite competenze. Ecco perché servono centri di grande esperienza». Sono circa 10.200 i nuovi casi di linfoma non Hodgkin diagnosticati ogni anno in Italia, che rappresentano un gruppo molto eterogeneo, si distinguono in forme aggressive e forme indolenti, e hanno modalità di presentazione, decorso e prognosi assai diverse tra loro. «In media, circa il 60 per cento dei pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi – conclude Pane – ma l’immunoterapia, con le cosiddette CAR-T cells, apre nuove prospettive proprio per i malati più sfortunati quelli ai quali restano pochi mesi di vita».

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– NIRAPARIB

Cosi ci ha scritto ieri la Dott.ssa Claudia Rigamonti, Medical Director di Tesaro.

Carissima Moira,

Sono lieta di informarLa che l’European Medicines Agency’s Committee for Medicinal Products for Human Use (CHMP) ha espresso opinione favorevole alla marketing authorization application per ZEJULA/niraparib come monoterapia di mantenimento di pazienti adulte con carcinoma dell’ovaio platino sensibile, indipendentemente dalla mutazione dei geni BRCA e lo stato di biomarcatori.

Per maggiori informazioni e l’indicazione precisa La invito a consultare il link al sito EMA http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/Summary_of_opinion_-_Initial_authorisation/human/004249/WC500234797.pdf

Siamo grati per il sostegno e la dedizione dei pazienti, degli operatori sanitari, medici e infermieri che partecipano ai nostri studi clinici. Siamo orgogliosi di condividere con te questo progresso eccitante per le donne che affrontano con coraggio il cancro ovarico.

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USO COMPASSIONEVOLE NEL NIRAPARIB

La Tesaro Bio Italy Srl ci ha comunicato che e’ iniziato l’uso compassionevole del Niraparib

allego il link che ci hanno inviato  http://ir.tesarobio.com/releasedetail.cfm?releaseid=1025986

Per informazioni

TESARO Bio Italy S.r.l.
Via Vincenzo Bellini 22
00198 Roma, Italia
+39 06 94 80 46 41
contact-it@tesarobio.com

Per informazioni generali: contact-it@tesarobio.com
Per informazioni medico-scientifiche: medinfo-europe@tesarobio.com
Richieste Mediche
+39 06 87 50 12 95

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LE STATINE PER SCONFIGGERE IL TUMORE OVARICO

Le statine sono farmaci ben noti e utilizzati da milioni di persone in Italia e nel mondo per ridurre i livelli di colesterolo e prevenire danni cardio-cerebro-vascolari causati dall’aterosclerosi nelle persone a rischio o nei pazienti che hanno già avuto problemi quali infarto e ictus. Ora, uno studio britannico ipotizza che possano essere efficaci nella cura del temibile e spesso letale tumore dell’ovaio.La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Scientific Reports e condotta per ora solo su cavie di laboratorio, appare interessante perché apre una prospettiva di terapia nuova (ed economica, visto il basso costo di questi farmaci) per una patologia difficile da trattare come il carcinoma ovarico.Inoltre il trattamento pare funzionare soltanto se abbinato ad una determinate dieta.
Un solo tipo di statina pare funzionare
«In passato alcuni studi retrospettivi e preclinici avevano già ipotizzato che le statine potessero esser efficaci nella cura del cancro – commenta Nicoletta Colombo, direttore del Programma Ginecologia Oncologica all’Istituto Europeo Oncologia di Milano e docente al Dipartimento Medicina e Chirurgia all’Università Milano-Bicocca -. Tuttavia nessuno studio clinico prospettico (condotto quindi su persone e non su cavie, ndr) ha confermato questa ipotesi. Gli autori avevano già dimostrato che non tutte le statine sono uguali per questo scopo e che solo un certo tipo di statina idrofobica e con una lunga emivita può essere efficace: questa statina si chiama pitavastatina e non è mai stata testata in clinica contro alcuna forma di neoplasia».Nella loro indagine, i ricercatori della Keele University di Newcastle guidati da Alan Richardson, hanno sperimentato la pitavastatina in cavie trapiantate con tumori ovarici e hanno osservato che il farmaco causa la regressione del tumore se i topi venivano mantenuti con una dieta senza geranilgeraniolo.
Importante controllare la dieta
«Il bersaglio della pitavastatina (un enzima chiamato HMGCR) è sovraespresso, cioè presente in maniera eccessiva, nel carcinoma ovarico – spiega Colombo – per questo il farmaco potrebbe essere utile. D’altro canto è stato dimostrato che l’efficacia della pitavastatina viene bloccata da sostanze quali geranilgeraniolo e mevalonato, che si trovano in alcuni alimenti (olio di semi di girasole e alcuni tipi di riso). Quindi l’ipotesi è che se si assumono questi cibi, l’effetto della statina viene a mancare. Infatti, le conclusioni dello studio britannico confermano questa tesi: aggiungendo geranilgeraniolo alla dieta delle cavie, la pitavastatina non era più in grado di ridurre il tumore. Questo significa che in futuri studi sull’uomo con questo farmaco è importante controllare la dieta dei pazienti per evitare risultati negativi».

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– AIUTIAMO LA RICERCA DELLA PROF.SSA PATERLINI. CONTATTI PER RICHIESTA INFORMAZIONI

Se avete delle domande specifiche sull’ISET potete scrivere all’equipe della Prof.ssa Paterlini a iset@rarecells.com

Siccome la ricerca procede e quello che rimane da capire (quale organo queste cellule andranno a colpire) e’ fondamentale, chi volesse aiutare gli studi puo’ contribuire collegandosi al sito www.stl-dono.it

A riguardo di seguito riporto le parole della Prof.ssa Paterlini dalla mail che ci ha inviato

“Se qualcuna volesse aiutarci, il sito www.stl-dono.it permette di contribuire alle nostre ricerche e a noi permette di avanzare con la gente (il nostro sogno).
I diritti di autore del libro Uccidere il Cancro sono tutti versati alla ricerca accademica che portiamo avanti. Il libro mi ha anche permesso di porre le basi scientifiche in modo che tutti quelli che l’hanno letto potranno capire “il seguito”, perché certo lo raccontero’.”
Un caro saluto
PPB
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LA PROF. PATERLINI CI HA RISPOSTO

Ciao a tuti,

avendo ricevuto tante richieste di informazioni sull’ISET   della Prof.ssa Paterlini, le ho scritto e lei ci ha gentilissimamente risposto subito. La domanda che le ponevamo era se l’ISET puo’ essere utilizzato per le persone che hanno gia’ un tumore o solo da chi un tumore ancora non l’ha sviluppato. Questo interessa soprattutto le donne che sono in remissione ma che vivono la costante paura di un ritorno del tumore.  Sotto potete leggere la sua risposta:

“Buongiorno Signora Paoletti,
grazie delle sue parole di incoraggiamento !
Allora, si’ come dico sempre il test ISET per soggetti senza diagnosi di tumore non é pronto, perché vogliamo sviluppare la parte che permette di dire da che organo le CCC derivano.
Invece il test é pronto per le persone che hanno già avuto diagnosi di tumore (compreso quelli in remissione) per scoprire precocemente l’invasione tumorale.
Quello che é successo é che abbiamo messo in diffusione il test per i pazienti che hanno già avuto una diagnosi di tumore. In seguito al primo e unico articolo scientifico che mostra che un metodo (il nostro ISET) ha potuto “vedere” il tumore invasivo (quello del polmone) prima dell’imaging (TAC, radiografia, PET)  é stato diffuso dalla stampa, inducendo le persone senza diagnosi di tumore a chiedere il test. Il nostro dovere é spiegare le cose chiaramente alla gente.
Non lavoriamo per il commercio ma per i pazienti
Grazie del suo aiuto
Cordialissimi saluti”
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